Parlare di alberi oggi, diceva il poeta, è quasi un delitto, e gli alberi sono, di gran lunga, di maggiore importanza per le speranze di sopravvivenza e felicità (e per quelle di sopravvivenza della felicità) del genere umano di qualsiasi poesia.

Ma la poesia – per quanto ridotta a una funzione meramente parassitaria nel grande stream che chiamiamo comunicazione e che shakera e miscela ogni nostro valore, sogno, utopia, dolore e indignazione – ha mantenuto però la capacità di funzionare da sismografo dei movimenti tettonici delle nostre società e delle nostre culture con un’accuratezza inimitabile.

Se non si è ancora estinta, è soltanto perché è assolutamente necessaria: un indispensabile parassita, se volete e, fosse così, la faccenda non costituirebbe alcuna novità per qualsiasi biologo. Due parole due, in fine d’anno, mi paiono dunque legittime. Per dire che un altro anno è passato, bisestile peraltro, e la Bella addormentata nel bosco russa della grossa.

La Bella addormentata è, insieme, la poesia stessa e chi la studia, Giano bifronte in un’epoca nella quale (non per scelta, ma per micragna di “vocazioni“) spesso chi critica è anche chi scrive. Faccenda complessa, visto che se è il poeta che poi si fa critico, la cosa mi pare un’apprezzabile tentativo di riflessione, se invece è il critico che si fa poeta, a volte sospetto l’applicazione di ricette per precotti, o il lenimento di sogni irrealizzati (e probabilmente irrealizzabili). Ma è solo una mia idiosincrasia.

Il bosco, ovviamente, è la contemporaneità nostra, una selva piuttosto oscura e assai più multiforme di quello che tante anime belle sospettano. Per dire che la Bella addormentata si ostina a ronfare, mentre il bosco germoglia rigoglioso e mutante intorno alla sua ara di cristallo.

Solo due esempi: affermare la natura sostanzialmente orale della poesia in coda a un tentativo di dibattito con una nota autrice di best seller televisionatissima (oltre a una serie di sberleffi e pernacchie dalla di-cuius) mi è costata immediatamente due tirate d’orecchie piuttosto singolari ed esemplari. La prima da una stimata poetessa, e cara amica, che mi ha detto, che va ben tutto, ma lei la poesia l’ha conosciuta scritta sui libri e dunque per lei quello è, e probabilmente quello sarà per sempre, alla faccia di millenni di sviluppo che dovrebbero indurci almeno al sospetto di nuovi cambiamenti. La seconda da un altrettanto bravo prosatore, il quale sostiene che il Lello Voce non può: “Sancire che la poesia è un’arte orale, e stabilirlo in base al principio che è nata per essere ascoltata”. Peccato che a sancirlo non sia io, ma decine di ricerche evidenti e a disposizione di chiunque. Ho inviato bibliografia.

Altra faccenda, ancor più spinosa, è una paroletta magica, che in molti tirano fuori quando vogliono liquidare qualsiasi discussione a proposito della ricerca poetica in Italia: epigone. Sono anni che mi becco vagonate di epigonalità sulla cucurbita e, paradosso, proprio da chi fonda ogni suo operare sulla legittimazione data dall’imitazione, spesso malriuscita, di questo o quel poeta del secondo Novecento, da Sereni a Caproni.

Ci casca anche un apprezzato critico-poeta, Alberto Bertoni, accademico bolognese, che in coda a una sua intervista, dopo aver raccontato la storia della sua conversione alla poesia vera, scansando le diaboliche tentazioni neo-avanguardiste, e avermi concesso qualche onore delle armi, non manca poi di riattaccarmi la stella gialla, e anche con non celata sprezzatura: a me e a tutti coloro che fanno poetry slam. Epigoni e anche membri di un clan rinchiuso nella torre d’avorio.

Ora bisogna che si ristabilisca un senso comune del dibattere: perché non è mica bello che, dopo decenni di dibattiti e polemiche anche con le Neo-Avanguardie, dopo pagine e pagine di spiegazioni teoriche e pratiche che io e tanti altri ci siamo affannati a produrre per marcare le differenze con i nostri supposti zii, mentre altri erano là a sviolinare l’esempio dei grandi maestri e a provare a imitarli, spesso gabellando per merce nuova, quella che era sempre la solita avariata paccottiglia simbolista e neo-simbolista, poi gli epigoni siamo noi.

Magari saremo epigoni noi, ma anche voialtri, allora, anzi di più. Sereni o Sanguineti, cosa cambia? C’è qualcosa di profondamente ottuso, di violento, nell’applicazione di queste false categorie di analisi che ormai mi offende nel profondo. Discuto e discuterei con chiunque, ma a patto che ci si metta d’accordo che le regole del gioco valgono per tutti.

Che valore dare poi alla polemica di un valente accademico che taccia di appartenenza a un clan i giovani poeti che partecipano agli slam lo lascio decidere a voi. Quel che è certo è che nulla cambierà nel panorama della poesia italiana e niente di rilevante accadrà, sin tanto che non si accetterà, perlomeno, di discutere a partire da dati certi, dalla lettura e dall’ascolto dei testi, dal dibattito attorno alle poetiche sviluppato con argomentazioni che stiano in piedi più di un epiteto, o di un sussiego.

Ma forse la Bella addormentata preferisce continuare a dormire, o chi dovrebbe destarla con un bacio ha troppa paura che al risveglio la Bella lo riconosca per quello che è: non Principe azzurro, ma solo domestico rospo, che nessun bacio potrà redimere. E che se ne fugga via con il primo Medoro che passa, il quale magari poi la porti ad ascoltare un poetry slam.