Nel mio post pubblicato martedì 27 mattina in questo blog restavo sul “generico” riguardo ai termini di valutazione delle banche, ovvero alle regole sulla capitalizzazione e ai relativi esami di solidità stabiliti dalle regole europee. Rispondevo semplicemente a un giornalista americano che insultava (di fatto) il nostro sistema bancario ritenuto inidoneo a causa della devastante quantità di “crediti dubbi” tuttora iscritti a bilancio.

La categoria dei crediti dubbi, tecnicamente definiti “sofferenze”, ha diversi scalini, ma la ripartizione più generale è quella che li divide tra recuperabili, in tutto o in parte, e irrecuperabili. La corretta composizione dei bilanci dovrebbe riflettere l’esatta posizione di rischio della banca, quindi anche una valutazione veritiera circa la solvibilità dei crediti (i crediti esigibili). Quando il bilancio è scritto correttamente non ci possono essere perdite su crediti che emergono dal nulla.

Non solo, ma occorre anche considerare che, in una situazione aziendale normale, non ci dovrebbero nemmeno essere bilanci scritti in modo non corretto, visto che a controllare le banche ci sono diversi organismi, a partire dagli stessi sindaci della banca. E poi c’è il controllo della Banca d’Italia e quello (obbligatorio per quelle quotate in borsa) della Consob e di una società “terza” di revisione dei conti.

In anni di normale operatività appare pertanto praticamente impossibile che una banca possa arrivare sulla soglia del fallimento senza che questo non sia già stato preventivamente valutato dai suddetti organi di controllo, che dovrebbero quindi avere già avviato i previsti passaggi cautelativi (commissariamento, amministrazione controllata) a tutela dei soci, dei risparmiatori e dei creditori (e, dopo le nuove assurde regole europee del bail-in, anche dei correntisti).

Ma da più di cinque anni, non solo in Italia e specialmente in campo finanziario, non c’è più niente di normale a questo mondo. La crisi seguita alla “Grande Recessione” americana (arrivata in Europa nell’estate del 2011) ha sconvolto ogni progetto e ogni previsione. Le prime a soffrirne sono state proprio le imprese (e i loro lavoratori) che hanno visto crollare quasi improvvisamente gli ordinativi, etc. Quindi hanno visto svanire rapidamente le rosee previsioni di crescita fatte poco prima, quando magari avevano avviato un programma di investimenti finanziato almeno in parte da una o più banche.

E’ perfettamente comprensibile che, in questi casi, la difficoltà dell’impresa nell’onorare il pagamento del proprio debito non sia dipeso né dalla volontà dell’imprenditore né, per la banca, da quella dell’analisi sulla solvibilità del cliente. La solvibilità c’era, è stata la crisi (in questo caso arrivata da fuori) a cambiare radicalmente le condizioni del mercato, sia per la banca che per l’imprenditore diventato insolvente. Quindi in questi casi non si può assolutamente parlare di “crisi di sistema” in chi la subisce, casomai la crisi di sistema c’è in chi l’ha provocata e (furbescamente) esportata altrove.

Tuttavia non mi riferisco al caso specifico del Monte dei Paschi, dove ci sono chiari indizi di operazioni molto oscure sulle quali sta indagando la Magistratura, però è naturale che anche sul Mps ha influito la stessa crisi che ha messo in ginocchio l’intera Europa, ingigantendone la portata.

Ecco quindi che le assurde pretese di aumento dell’aumento di capitale delle “autorità europee”, supportate con “particolare” determinazione da quelle tedesche diventano completamente irricevibili.

Il “buco” di Mps, specialmente quello riferito alla capitalizzazione, non sarebbe tale oggi se non fosse intervenuta la crisi e, a questo punto, soprattutto se non intervenissero in continuazione moniti e minacce da parte di chi dovrebbe invece limitarsi a controllare e intervenire senza turbare il mercato.

Se il titolo Mps è sceso in meno di tre anni da una quotazione di circa 400 euro a quella di meno di 10 euro è chiaro che la valutazione della banca fatta sulla base della quotazione di borsa è anacronistica in quanto basata sui valori “ballerini” della Borsa.

Poiché il valore del titolo in borsa incide direttamente anche sulla richiesta “europea” di portare a quasi 9 miliardi di euro (invece di 5) l’aumento di capitale richiesto per rientrare nei “ridicoli” parametri stabiliti negli stress test, prima di fare certe pressanti richieste bisognerebbe chiedersi se veramente questi impellenti limiti di “garanzia” patrimoniale sarebbero sufficienti a salvare le maggiori banche da una nuova crisi (sul tipo di quella del 2008) e se davvero servono a “tutelare” i risparmiatori. Il dubbio è che producano invece severa tensione amplificata su un singolo titolo, tale quindi da dipingere una situazione molto più grave di quella che è in realtà.

Un conto sarebbe una ricapitalizzazione rivolta a consentire di portare subito a perdita i crediti già insoluti o con grande probabilità di totale insolvenza nel portafoglio della banca, altra cosa è l’assurda richiesta di accantonare, proprio nel momento meno opportuno per farlo, le fantasiose cifre stabilite nello stress test che in caso di nuova pesante crisi non servirebbero a nulla per impedire un crollo generale del settore, al quale comunque potrebbero rimediare solo modificando almeno temporaneamente per tutti le regole di capitalizzazione (come fecero in Usa nel maggio 2009 con le regole del Mark del Market).

Non opporsi ora fermamente alle assurde richieste tedesche equivarrebbe ad avallare ogni tentativo proveniente dall’estero per impadronirsi surrettiziamente della nostra storica banca senese.