Questo post è nella sostanza il seguito di quello della settimana scorsa dove anticipavo in gran parte quello che ora, dopo l’esito degli “stress test” sulle banche (che mettono il Montepaschi al primo posto in Europa tra le grandi banche a rischio), appare come la strada “obbligata” del governo per salvarlo dalla bancarotta. Già in quel post spiegavo molto brevemente che la strada “obbligata” (in realtà per niente obbligata dato che ne esistono sempre delle altre, e a un governo che ha imposto al Parlamento nientemeno che lo stravolgimento della Costituzione e della legge elettorale nulla dovrebbe apparire impossibile) proponeva un futuro tetro non solo alla banca stessa, ma persino a tutto il mondo bancario italiano.

Perché prevedo un futuro così funesto per Monte dei Paschi e per le altre banche italiane?

Perche grazie al “grimaldello Montepaschi” stanno spalancando la porta d’Italia (e d’Europa) alle maggiori banche statunitensi dedite alle attività speculative, cioè Goldman Sachs, Chase Bank, Merryl Lynch (gruppo Bank of America), ecc.

Non che prima le loro attività fossero segregate al di fuori del nostro territorio, ovviamente, ma almeno prima dovevano farlo rischiando soldi loro (americani), adesso invece lo faranno coi soldi nostri (italiani) di correntisti e risparmiatori.

Per chi non sa come funziona oggi l’attività delle banche occorre spiegare che, fino agli anni 80 del secolo scorso l’attività delle banche era divisa in due: le banche ordinarie, che gestivano conti correnti e normali attività di breve termine, e le banche speciali, quelle che gestivano attività a rischio e di maggiore durata (oltre i 18 mesi). Questa divisione era molto importante perché impediva alle banche (memori del disastro di Wall Sreet 1929) di usare i soldi degli ordinari correntisti e risparmiatori per fare le attività speculative a rischio elevato. Quella normativa (ispirata anche in Italia alla legge Glass-Steagall del 1933) fu superata negli anni 90 da nuove leggi e norme che consentirono di fatto a tutti di fare tutto.

Se la legge Glass-Steagall fosse stata ancora in vigore, non ci sarebbe stata la crisi dei “subprime mortgages” (2007) che ha incendiato tutto il mercato con i ripetuti crolli di borsa del 2008 e l’inizio della Grande Recessione. E non ci sarebbe ora bisogno dei ridicoli “stress test” che, sostanzialmente, nel sistema bancario, svolgono una funzione equivalente a quella del medico che controlla la temperatura di un malato terminale di cancro per dire se sta bene o se sta male.

Come avverrà dunque il salvataggio di Montepaschi?

Ci sarà un pool di banche (Atlante 2, probabilmente con, al suo interno, i capofila Goldman e Chase) che comprerà a prezzo stracciato i crediti “incagliati” di Montepaschi, li trasformerà in nuovi prodotti finanziari e li venderà (grazie ad alti rendimenti) a risparmiatori (in gran parte italiani) poco o nulla informati. Lo stesso pool di banche parteciperà poi all’indispensabile e contemporaneo aumento di capitale (5-6 mld. di euro?) attraverso il quale diventerà proprietario a tutti gli effetti di Montepaschi, quindi trasformeranno il Montepaschi a loro piacimento per fargli fare quello che finora sul nostro territorio non potevano fare per tradizione (nostra) più che per normativa.

Il Montepaschi, la più vecchia banca del mondo, fondata prima della scoperta dell’America, diventerà cosi il fiore all’occhiello delle grandi banche americane, ma anche il “cavallo di troia” col quale penetreranno in modo inarrestabile (grazie ai grandi capitali che dispongono) il nostro territorio, trasformando così alla radice anche il nostro sistema bancario (costretto a competere) che, a parte le crisi per disonestà o incapacità di qualche amministratore, come sistema era certamente tra i più sani d’Europa e ha conosciuto elevate “sofferenze” solo a causa della crisi in cui ci ha sbattuto l’austerity europea molto ma molto più che per un inadeguato vaglio dei crediti concessi.

Se il nostro governo volesse, farebbe ancora in tempo a nazionalizzare la banca e a risanarla nel modo tradizionale (come hanno fatto gli americani nel 2009, anche se non l’hanno chiamata nazionalizzazione), ma il nostro numero uno ha più lingua che “palle”, non andrà a sbattere i pugni sul tavolo degli interessati burocrati europei e si lascerà sfilare il nostro gioiello storico dal dito senza batter ciglio.