E’ molto più di un fatto politico la risoluzione Onu, che ha fatto infuriare il premier israeliano Netanyahu. E’ un monito di fronte alla storia. Esattamente ciò che intendeva il presidente Obama prima di lasciare la politica estera statunitense in mani che potrebbero rivelarsi irresponsabili.

Perché la risoluzione, che condanna la moltiplicazione di “insediamenti” in terra di Palestina e disconosce ogni legittimità all’occupazione di Gerusalemme Est (come l’Onu sancì nel 1967), pone i governanti israeliani dinanzi a un bivio: continuare la violenza strisciante dell’annessione di porzioni crescenti di territori palestinesi, in una situazione di ingiustizia permanente, oppure imboccare sinceramente la via della coesistenza tra i due Stati di Israele e Palestina.

Papa Francesco lo aveva auspicato, invitando a Roma per una preghiera di pace l’allora presidente israeliano Shimon Peres e il leader palestinese Abu Mazen, e lo ha ripetuto a Natale. In Vaticano, dove pure si aveva appoggiato Israele nella sua protesta contro l’Unesco, non regna alcun dubbio. La diplomazia della Santa Sede registra con favore la risoluzione dell’Onu, perché tutti i papi da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, a Francesco hanno sempre ritenuto che solo la soluzione dei due Stati – basata sulle frontiere del 1967 e sul rispetto dello status speciale di Gerusalemme, città santa di tre religioni – può garantire la pace a israeliani, palestinesi e al Medio Oriente. Su questo c’è una totale continuità della politica estera della Santa Sede.

Il giorno dell’elezione di Trump, l’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo, segnalando con allarme i nuovi insediamenti illegali israeliani nelle terre palestinesi. Case che ostacolano il dialogo, era il titolo. Nulla si stampa per caso Oltretevere. L’alleanza tra gli estremisti della destra repubblicana statunitense e gli estremisti della destra israeliana non sfugge a nessuno nel Palazzo apostolico.

C’è una realtà di fondo, ben nota agli ambienti diplomatici sia vaticani che internazionali. Israele è una potenza atomica, benché i suoi governanti amino lasciare nell’ombra questo fattore cruciale. Israele è la potenza militare in assoluto più forte e meglio armata del Medio Oriente. Non uno dei Paesi confinanti ha la minima intenzione (e meno che mai la possibilità) di aggredirlo: non il Libano, non la Siria, non la Giordania, non l’Egitto. Immaginare Israele come un Davide circondato da minacciosi Golia non trova riscontro nei fatti. Pensare che l’Iran – dichiarazioni propagandistiche ostili a parte – possa e voglia scatenare una guerra nucleare in un non meglio precisato futuro contro Israele non corrisponde a dati reali.

Ciò che danneggia, invece, la posizione internazionale dello Stato israeliano è l’azione delle forze nazionaliste e fondamentaliste, che influenzano l’agenda di governo israeliana. Il cinismo dei nazionalisti e l’estremismo dei fondamentalisti religiosi convergono da decenni nell’attuazione di una politica di annessione, pezzo per pezzo, di territori palestinesi attraverso la creazione di insediamenti.

I cosiddetti “coloni” hanno ormai raggiunto quota 700mila tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. E ogni “colonia” – a prescindere dai suoi abitanti, che possono anche essere gente normalissima e pacifica in cerca di alloggi a prezzi più bassi – realizza di fatto una silenziosa pulizia etnica a macchia di leopardo, che espelle la popolazione palestinese con l’intento di inglobare questi spazi nello stato d’Israele.

Ma un territorio palestinese “a buchi di gruviera” non potrà essere mai, a sua volta, uno Stato vero: lo faceva già notare a tempi di papa Giovani Paolo II l’allora cardinale Segretario di Stato Sodano. Sua è anche la frase: “Né i kamikaze (palestinesi) né i carri armati (israeliani) porteranno la pace”. Soltanto un negoziato sincero. In effetti il rinvio sistematico da parte del governo israeliano di un negoziato sulla base dei confini del 1967 (appena ribaditi dalla risoluzione Onu) per arrivare a un trattato di mutuo riconoscimento tra lo Stato d’Israele e uno Stato palestinese, rappresenta un brodo di coltura permanente tra gli estremisti arabi per azioni terroristiche, vili e sanguinose, ai danni dei cittadini israeliani. Mai nella storia recente c’è stato un leader palestinese così desideroso di pace e filo-occidentale come Abu Mazen.

In Vaticano non dimenticano che alle elezioni del 2015 in Israele il premier Netanyahu lanciò il grido: “Con me non nascerà mai uno Stato palestinese”. E’ la sua vera posizione, in ultima analisi distruttiva per Israele stesso. Non a caso la maggioranza degli Stati del mondo non crede a Netanyahu. Per questo, quando è arrivata la risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, nel Palazzo apostolico si è guardato ai governati israeliani, pensando alla dichiarazione del portavoce di papa Wojtyla, Navarro Valls, il giorno in cui G.W. Bush scatenò l’attacco all’Iraq. Chi abbandona la strada del diritto internazionale “si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia”.