È l’ennesima scelta destinata a far discutere quella di Peter Navarro, economista della University of California Irvine (UCI), a capo del Consiglio nazionale sul Commercio della Casa Bianca nella nuova amministrazione di Donald Trump. Soprattutto in Cina. Il presidente eletto ha, infatti, scelto una delle figure del panorama accademico statunitense più critiche nei confronti della Repubblica popolare a capo dell’organo che dovrà stilare le politiche commerciali e industriali di Washington a partire dalla prossima amministrazione repubblicana.

Definito “una mente brillante” da Trump, ma accusato nei circoli accademici di scarsa scientificità, Navarro è autore di alcuni lavori come Death by China (Morte per mano della Cina) — libro del 2011 diventato documentario disponibile su Youtube — o The Coming China Wars (Le future guerre di Cina) — 2006, definito il “miglior libro sulla Cina” dallo stesso Trump. In questi saggi, l’accademico denunciava l’ostilità cinese nei confronti degli Stati Uniti a livello commerciale e strategico.

Ancora a luglio di quest’anno, in un’intervista al quotidiano britannico The Guardian in piena campagna elettorale, l’economista aveva rinnovato le sue accuse alla Cina rea di avere “stuprato” gli Usa a livello commerciale e di essere governata da una classe dirigente tirannica, corrotta e incapace. Inoltre, ci sarebbe sempre Navarro dietro la telefonata tra Trump e la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen: il fatto ha suscitato le ire di Pechino perché ha interrotto decenni di politica di riconoscimento di una sola Cina (la Repubblica popolare) da parte degli Usa.

Secondo Navarro, negli ultimi due decenni la Cina ha inondato i mercati americani di prodotti made in China, fabbricati con costi del lavoro ridotti al minimo, nel totale sprezzo dei diritti umani di base e della protezione ambientale, e distruggere così 25 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. Posizioni che sono state fondamentali nell’avvicinarlo al prossimo presidente degli Stati Uniti che più volte ha sostenuto tesi simili accusando Pechino di scorrettezze sui mercati valutari, svalutando lo yuan, per ottenere vantaggi commerciali e accumulare crediti — tramite l’acquisto di debito pubblico — nei confronti degli Stati Uniti.

Sulla base di queste accuse, Navarro ha quindi lanciato una campagna nazionale contro l’acquisto di beni prodotti in Cina, a suo dire, vere e proprie “armi di distruzione del lavoro”, della salute dei cittadini statunitensi e della sicurezza nazionale Usa. Secondo l’economista, infatti, i profitti dell’export — il deficit commerciale degli Usa verso la Cina ammonta a 342 miliardi di dollari — verrebbero usati da Pechino per rinforzare il proprio apparato militare in funzione anti-americana.

Già a dicembre 2015, in un editoriale, il quotidiano cinese in lingua inglese Global Times, aveva rispedito le accuse al mittente. “Senza prodotti made in China la vita della classe lavoratrice americana sarebbe un inferno”. Inoltre, Washington sarebbe “felice di mantenere l’ampio deficit per la costante domanda di dollaro come valuta degli scambi globali. Secondo il Global Times la vera vittima di questo meccanismo sarebbe la Cina (e gli altri paesi creditori) i cui crediti sono esposti a un deprezzamento del dollaro.

Nessun commento ufficiale sulla nomina è arrivato da Pechino. Ma in un’intervista pubblicata oggi dal Quotidiano del Popolo, l’organo di stampa ufficiale del Partito comunista cinese, il ministro degli Esteri Wang Yi ha ricordato la necessità di una cooperazione tra Cina e Stati Uniti fondato sul reciproco rispetto degli “interessi fondamentali” e delle “principali preoccupazioni”, che possano garantire benefici per entrambi. La nomina di Navarro aggiunge, però, un nuovo carico di incertezza e fa ricomparire lo spettro del protezionismo.

di Marco Zappa