Visto che, a quanto pare, il ministro del Lavoro Poletti non intende dimettersi, nonostante la frase scandalosa sui giovani all’estero e l’imbarazzante situazione lavorativa di suo figlio Manuel, presidente della Cooperativa Media Romagna e direttore della sconosciuta testata Setteserequi – 5000 copie diffuse, chissà quante davvero vendute, al giorno e fruitrice di circa 500.000 euro di fondi pubblici in tre anni – che almeno si dimetta il figlio. Figlio che ha rilasciato in queste ultime ore dichiarazioni altrettanto grottesche, difendendosi dalle accuse con argomentazioni tanto contraddittorie quanto naif. Vediamone alcune:

1. “Non sono un privilegiato, faccio con passione il mio lavoro da vent’anni, dopo dieci anni di precariato e adesso mi laureo”. Quello che proprio questi figli di papà non riescono a capire è che il problema di milioni di giovani disoccupati italiani sta proprio nel non poter “sporcarsi le mani”, non poter “lavorare con passione” e ricevere di conseguenza uno stipendio, che è tutto ciò che loro vorrebbero fare. Se oggi Manuel Poletti si dimettesse non avrebbe alcuna possibilità di assunzione senza aiuti e senza laurea – quale giornale lo prenderebbe? -. Dire poi “ora prendo la laurea” a 42 anni si commenta da solo.

2. “Guadagno 1800 euro”: a lui pare poco, ma da giornalista dovrebbe conoscere almeno lo stipendio medio degli italiani e sapere che per un lavoro part time, come lui ha dichiarato, è uno stipendio a cui tutti i giovani laureati e disoccupati aspirerebbero.

3.  “Il mio giornale prese fondi quando mio padre non era in politica, quindi come può avermi aiutato?” Qui Manuel sembra dimenticarsi che suo padre prima di fare il ministro era Presidente nazionale di Legacoop, non un ciabattino di quartiere – tanto che giustamente si levarono voci contro il conflitto di interesse che si venne a creare con la sua elezione –  e lui è direttore della cooperativa Media Romagna e del relativo giornale. Davvero non si rende conto di cosa dice?

4. “I leoni da tastiera non mi spaventano”: forse questo brillante quasi laureato non capisce che dietro un messaggio su Twitter o su Facebook, esclusi i mitomani e quelli che minacciano di morte, ovviamente, ci sono individui che utilizzano questi mezzi per rendere pubbliche la loro rabbia e costernazione. Non sono leoni da tastiera, come li ha chiamati in maniera sprezzante, ma cittadini indignati che hanno scoperto che il figlio del ministro del Lavoro non sopravvive tramite un’impresa personale da lui fondata, o di un impiego trovato grazie alle sue capacità, ma grazie a una pioggia di fondi pubblici che arrivano al suo giornalino, più tanta generosa pubblicità – 250.000 euro secondo Il Giornale. Pubblicità che, assicura Manuel, non deriva affatto dal fatto che suo padre è ministro ma solo dal valore del giornale, quando qualsiasi conoscitore del mondo editoriale sa che quelle cifre non le vedono neanche i grandi giornali, figuriamoci giornalini di provincia. Ma concediamo il beneficio del dubbio.

In ogni caso la verità è che se davvero Manuel Poletti fosse sul mercato, non avrebbe potuto fare neanche il commesso da Euronics (con rispetto per i commessi di Euronics che si sbattono per venire al lavoro con i mezzi e stanno dieci ore in piedi a servire i clienti). E allora, se il governo non vuole licenziare il padre, che almeno garbatamente licenzi il figlio. Troppo, visti gli intrecci scarsamente trasparenti, lo scandalo se entrambi restano al loro posto, che in entrambi casi è un posto pubblico, visto che pubblici sono i soldi.

In ogni caso, Gentiloni dovrebbe prendere posizione su quello che ormai è diventato uno scandalo pubblico. Lo deve alle centinaia di migliaia di giovani espatriati. Lo deve alla ragazza morta nell’attentato a Berlino. E se non lo fa, dobbiamo pensare che il motivo è soprattutto uno: cioè che parecchi, là dentro, hanno figli e parenti piazzati grazie a mani amiche, che altrimenti non sarebbero riusciti ad entrare neanche in un call center. Per questo tutti tacciono, come tacciono sullo scandalo dei fondi pubblici ai giornali – non una dichiarazione del governo! – altro tema sul quale è meglio lasciare le cose come stanno, per poter avere la stampa amica. Più vergogna di così.

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