Prima di correre in Parlamento a salutare il nuovo governo, l’ex ministra Stefania Giannini ha promulgato il suo ultimo decreto, con cui si istituiscono le lauree professionalizzanti. La laurea-pro sarebbe un corso di studi triennale a numero chiuso – aggettivo che non guasta mai, sia per una lucrosa corporazione sia per l’ingresso al Billionaire – da istituire mediante convenzioni con imprese qualificate, ovvero loro associazioni o ordini professionali. Rispetto alla triennale attuale, la laurea-pro prevede un intero anno di tirocinio curriculare. Una novità agognata da tempo e già annunciata in primavera da Il Sole 24ore, dopo che il presidente della Conferenza dei Rettori ne aveva promesso l’avvio al Consiglio nazionale dei periti industriali.

Secondo gli ispiratori della novità, un anno di teoria, un anno di laboratorio e un anno “on the job” garantiranno al giovane una formazione da spendere subito nei settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi X.0, per qualunque valore di X, con X numero intero positivo. Secondo i gufi che si annidano tra i polverosi gabinetti e laboratori universitari, le lauree-pro sono soprattutto una ghiotta occasione per le ‘imprese qualificate’ e per gli studi professionali di disporre, per un intero anno, di intere classi di studenti da impiegare, verosimilmente a titolo gratuito, in cambio della certificazione delle competenze acquisite. Secondo le associazioni studentesche si tratta di provvedimento molto grave, tanto da chiederne il ritiro immediato alla nuova Ministra Fedeli, giacché si tratta di una iniziativa presa “senza specificare a quali dati statistici si farà riferimento, senza considerare in alcun modo di che tipo di occupazione si tratta e senza tener conto di quelle che possono essere le libere scelte dei singoli terminato il percorso di studi”.

Non è, invece, una grande novità per chi aveva creduto nei diplomi universitari, introdotti nel 1990 e subito modificati dalla Riforma Berlinguer (Luigi, aimè) con il glorioso ingresso nel sistema europeo 3+2, triennale più magistrale, la cui paternità è oggi incerta o, talvolta, rinnegata. L’ispirazione della laurea-pro al sistema francese a cremagliera (istituti universitari di tecnologia incardinati negli atenei ma dotati di forte autonomia) e alle nostre lauree sanitarie è del tutto superficiale, priva di credibili statistiche e verosimili analisi di contesto. Un approccio digiuno di qualunque esperienza sui motivi che fecero fallire 20 anni fa i diplomi universitari, non ultimo la difficoltà assoluta di inserire gli studenti in un tirocinio diverso dalle mansioni di call-center o fattorinaggio. Tranquilli gufi: i ragazzi non li vuole nessuno per i piedi! L’obiettivo ambizioso di replicare nel medio-lungo periodo il sistema tedesco a doppio-binario (Fachhochschulen separate dalle Hochschulen o Universitäten per gli svizzeri: separate ma uguali) fa poi rima con il raddoppio della linea ferroviaria tra Genova e Marsiglia. Tranquilli ragazzi: sarà un altro buco nell’acqua, utile a distribuire qualche gallone ad accademici astuti, burocrati voraci e impresari inquieti!

La nuova ministra diplomata, Valeria Fedeli, cambierà strada rispetto all’uscente, e laureata capa del dicastero, Stefania Giannini? L’accademica e già magnifica ex-ministra si è segnalata soltanto per aver seguito e consolidato il vento gelminiano che assimila gli studenti e gli accademici ai pellerossa descritti al Congresso degli Stati Uniti dal deputato James M. Cavanaugh: “Io non ho mai visto in vita mia un indiano buono…tranne quando ho visto un indiano morto”. Una bufala attribuita al Generale Sheridan, ma non lontana dal suo pensiero e, soprattutto, dalla sua azione. Né da quella che negli ultimi 20 anni ha radicalmente modificato le istituzioni universitarie di tutti i paesi sviluppati con risultati assai modesti per i giovani e gli accademici, ma molto brillanti per una sottilissima fetta di umanità.