Parma, 2010. Nei locali di Via Testi, sede della Raf, Rete Antifascista di Parma, alcune persone compiono una violenza ai danni di una ragazza incosciente e quindi non in grado di dare il suo consenso. Il fatto viene filmato e quel video, con risolini in sottofondo, viene condiviso di telefonino in telefonino, fintanto che la ragazza non viene a conoscenza di quello che si dice di lei. Si tratta di un fatto gravissimo che avrebbe dovuto essere percepito in quanto tale già da parte di chi quella sera era presente e poi da chi ha guardato e condiviso quel video senza porsi minimamente il problema.

La ragazza, in ogni caso, non denuncia e questo fatto resta avvolto da una nebbia di omertà e giudizio sessista contro di lei. Nel 2013 un ordigno rudimentale scoppia nei pressi della sede di Casa Pound e parte un’inchiesta che tocca antifascisti e anarchici – e figuriamoci – per mezzo della quale gli inquirenti vengono in possesso di quel video. La ragazza viene riconosciuta e convocata e sottoposta a una serie infinita di domande fintanto che non le viene mostrato quel video e chiesto cosa lei ricordasse di quella sera.

Lei fa dei nomi, di gente che frequenta quel posto nel quale lei non ha più messo piede. Non tutti i nomi sono associabili a una responsabilità che la riguarda ma alcuni, ovvero quelli riconoscibili nel video, vengono incriminati e portati a processo per stupro e altre persone vengono accusate per favoreggiamento poiché, secondo gli inquirenti, hanno mentito per coprire gli stupratori o minacciato la vittima per indurla a negare la violenza subita.

Siamo nel 2016 e fino a poco tempo fa della vicenda si sa poco o nulla e non perché la ragazza non fosse reperibile, per quanto indebolita da stress post-traumatico e in esilio per via delle voci contro, ma perché, per l’appunto, negli ambienti “compagni” la ragazza viene definita “infame” giacché aveva parlato con gli “sbirri” e dunque aveva tradito una sorta di codice militOnto che, in questo caso, porrebbe la chiacchiera con gli “sbirri” in una posizione di gravità superiore a quella occupata dallo stupro stesso.

Finisce che è la ragazza a essere posta sotto processo, isolata dagli ambienti militanti, aggredita e cacciata in malo modo da ambienti che gli accusati invece possono serenamente frequentare, insultata in modo sessista con un victim blaming che, per quanto si serva di parole apparentemente diverse, è tale e quale, se non più subdolo, di quello realizzato da sessisti riconosciuti al primo sguardo.

Volano i “se l’è cercata“, i nomignoli sessisti, ma, più di tutto, si parla di lei come persona da scansare perché avrebbe consegnato “compagn*” alle polizie. Si parla di “delazione”, come se questi individui fossero partigiani a subire la repressione nazista, come fossero eroici protagonisti di azioni contro il sistema di potere, senza comprendere che il sessismo c’entra poco con l’antifascismo e con l’anarchia e che lo stupro è un’arma, un dispositivo di potere che viene usato per opprimere, dunque un atto fascista rispetto al quale ogni donna che lo subisce deve avere la libertà di autodeterminarsi nella propria idea di riscatto, rinascita, elaborazione del lutto.

Una delle cose che il femminismo ci insegna è il fatto che non è l’istituzione né la “società” che può decidere per noi su quella che sarà la soluzione scelta per riconciliarsi con il mondo e guarire il proprio dolore. E’ lei che decide e qualunque cosa decida di fare noi le staremo accanto. In questo non c’è alcun paternalismo o “infantilizzazione”, termini che ricorrono in “comunicati” che prendono le distanze dallo stupro ma non mancano di colpevolizzare la ragazza dalla quale si pretende chissà cosa.

Inviterei queste persone a leggere descrizioni minime su quel che accade alle vittime di violenza e poi anche alle vittime di mobbing sociale, di ostracismo, di colpevolizzazione, quando, in totale solitudine, quel che ti aiuta a respirare è il fatto che si costituisca una rete di protezione attorno a queste vittime, non per sovradeterminarle ma per combattere al loro fianco.

Al momento sappiamo che ci sono state alcune udienze e nel frattempo alcune persone, Romantic Punx e un gruppo di Guerriere Sailors, arcistufe di quello che veniva detto, hanno scritto un documento, hanno lanciato un appello, al quale potete aderire scrivendo a romantikpunx@gmail.com, in cui spiegano per filo e per segno quello che è successo così provocando una responsabilizzazione collettiva dalla quale è scaturita una discussione sul sessismo nei movimenti. A questo proposito vi suggerisco di leggere il comunicato di Radio Onda Rossa e di ascoltare l’intervista radio che Ror ha fatto con una delle ragazze che hanno scritto e diffuso il documento a sostegno della vittima.

Altri comunicati e prese di posizione importanti si stanno registrando in tutta Italia e nel frattempo, per quel che mi riguarda, vorrei ringraziare chi comprende che se non c’è consenso è stupro, se sei incosciente non c’è consenso e che un video di quel tipo che circola per l’ilarità di chissà quante persone è una ulteriore e gravissima violenza. Questo non è antifascismo. Non esiste antifascismo senza antisessismo. Questo, senza ovviamente avallare strumentalizzazioni della destra che così vorrebbe criminalizzare tutto il movimento, è semplicemente fascismo.