Quando il “nuovo” presidente del Consiglio Paolo Gentiloni scopre il telo del suo governo, quasi ci scappa lo sbadiglio. Ci sono volute poco più ventiquattro ore, un mezzo giro di consultazioni di rito e le trattative al telefono: morale non è cambiato niente (o quasi). L’esecutivo fotocopia giura un’ora dopo l’annuncio della lista bollinata dal Quirinale: tredici ministri restano, tre cambiano incarico e due sono new entry (Anna Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento e Valeria Fedeli all’Istruzione). Matteo Renzi passa la campanella con il sorriso tirato e tra i fantasmi di quando era dall’altra parte della barricata, ma lascia a presidiare Palazzo Chigi due dei suoi più fedeli: a sorpresa Maria Elena Boschi diventa sottosegretaria e Luca Lotti va allo Sport. Gentiloni neppure si trasferisce: resta a vivere a casa sua, che non sia mai che si abitui troppo al nuovo incarico che rigorosamente, ripete, deve essere a tempo. Come nell’ormai più classico dei copioni Angelino Alfano ottiene l’ennesimo ministero di peso (Esteri), al suo fianco ancora i volti intoccabili di Beatrice Lorenzin e altri (da Dario Franceschini a Giuliano Poletti fino a Marianna Madia). L’unico brivido lo danno i verdiniani: restano fuori a sorpresa dalla spartizione delle poltrone e neppure tra le minacce riescono a riprendersi, almeno, il posto che fu di Enrico Zanetti.

Insomma il “lascio la politica” di Renzi, lo tsunami post vittoria del No al referendum, la rivoluzione dell’andiamo tutti alle urne, non c’è. Sembra il gioco delle sedie: tutti si alzano, fanno un giro della stanza e quando si spegne la musica tornano al loro posto. Poco prima il leader dem dal palco della direzione Pd ha provato a prendere tempo, ha invocato il congresso e le urne al più presto, ma resta il fatto che è un po’ confuso sul futuro. Si deciderà domenica, dice, quando fare il congresso. Mentre il partito cerca almeno di ritardare l’implosione, la vera notizia è che al governo rimane ancora lei, Maria Elena Boschi. La ministra che ha messo la faccia sulla riforma della Costituzione, bocciata dalle urne, viene promossa a sottosegretaria della presidenza del Consiglio. Poco conta che avesse promesso più volte in favor di telecamera di lasciare la politica in caso di sconfitta (la frase esatta venne pronunciata il 22 maggio a In mezz’ora): non solo rimane, ma anche in una delle caselle più importanti. Che sia per Renzi un modo per commissariare il nuovo governo o meno, quello che è certo è che per ora è un vero boomerang: le opposizioni la sommergono di critiche e in rete diventa il bersaglio di ogni tipo di derisione. E’ andata peggio per un altro fedelissimo del leader Pd: Luca Lotti. L’ex sottosegretario puntava alla delega ai Servizi segreti, se ne va a letto invece con il ministero dello Sport e la conferma della delega all’Editoria. Voleva di più? Sicuramente. Ma intanto è un altro del giglio magico che da Palazzo Chigi non si schioda.

Nel caos del nulla è cambiato c’è una sorpresa: il plurimputato Denis Verdini e i suoi restano fuori dai giochi. Le ricostruzioni parlano di veti incrociati tra Pd e Ncd, ma, morale, quelli che speravano di incassare il risultato di tanto sforzo nel sostenere la maggioranza Renzi escono a mani vuote. Quando Ala ha capito che il ministero sarebbe sfumato ha fatto un comunicato durissimo, tra minacce e pugni sul tavolo, ma nessuno ha fatto una piega. A questo punto se i verdiniani non garantiscono più i loro voti, per il governo Gentiloni i numeri si fanno stretti: il che significa ci sono altri accordi o speranze di accordi (Berlusconi?) che permetteranno all’esecutivo di stare in piedi. Nel fare la squadra si è anche voluto dare un segnale alla sinistra del partito. Entrano infatti Finocchiaro e Fedeli che sicuramente sono tutto fuorché renziane. Tra l’altro proprio il leader dei critici dem Gianni Cuperlo aveva rifiutato la poltrona di ministro degli Esteri. L’idea è stemperare gli animi, far ritrovare una compattezza che sembra perduta per sempre. Ma neppure il gesto salva dalla guerra all’ultimo coltello, tanto che l’ex segretario Pierluigi Bersani ha subito parole di critica. Ancora una volta, niente da fare.

Da segnalare il discorso del quasi insediamento. Gentiloni parla del Sud, rivendica l’idea di aver creato il ministero per il Mezzogiono e la coesione territoriale (affidato all’ex sottosegretario Claudio De Vincenti), ma non parla mai della riforma della legge elettorale. L’esecutivo nasce quasi unicamente per quello scopo, ma il messaggio è chiaro: il governo non ci metterà il cappello e saranno quasi solo affari del Parlamento. “Non vi nascondo le difficoltà politiche che derivano dall’esito del referendum”, ha detto brevemente dopo aver letto la lista dei ministri. “Il governo si metterà immediatamente a lavoro con tutte le sue forze”. E ha poi aggiunto di aver fatto il proprio meglio “per formare il governo nel più breve tempo possibile. E credo nell’interesse della stabilità delle nostre istituzioni alle quale guardano le italiane e gli italiani”. Per il governo Gentiloni l’avventura è appena cominciata: c’è da risolvere la questione Mps e, notizia delle ultime ore, tra le priorità da affrontare c’è pure la questione del gruppo Bollorè-Telecom che prova la scalata di Mediaset.

Questa la lista completa dei ministri con portafoglio: Interni Marco Minniti, Esteri Angelino Alfano, Giustizia Andrea Orlando, Difesa Roberta Pinotti, Economia Piercarlo Padoan, Sviluppo Carlo Calenda, Agricoltura Maurizio Martina, Ambiente Gian Luca Galletti, Infrastrutture e Trasporti Graziano Delrio, Lavoro Giuliano Poletti, Istruzione e Università Valeria Fedeli, Cultura Dario Franceschini, Salute Beatrice Lorenzin. Senza portafoglio: Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro, Semplificazione e Pubblica Amministrazione Marianna Madia, Affari Regionali Enrico Costa, Coesione territoriale e Mezzogiorno Claudio De Vincenti, Sport Luca Lotti. Sottosegretario con funzioni di segretario al consiglio dei ministri: Maria Elena Boschi.

Sottosegretaria alla presidenza del Consiglio – Maria Elena Boschi, la ministra delle Riforma di Renzi e volto del ddl che avrebbe dovuto modificare la Costituzione, invece di lasciare la politica ottiene una delle poltrone più influenti dell’esecutivo Gentiloni. Prima di lei la poltrona era occupata da Claudio De Vincenti, che ora passa al neonato ministero del Mezzogiorno. E’ la prima volta che una donna assume la carica di quello che è spesso indicato come il “Richelieu”, l’eminenza grigia del premier. Nata 35 anni fa a Montevarchi, in provincia di Arezzo, ma residente a Laterina, “Meb” (così la chiamano nell’inner circle renziano e così si firma su Twitter) entra in Parlamento nel 2013. Ignota al grosso pubblico, i giornalisti l’avevano già conosciuta ai diversi meeting che Matteo Renzi aveva organizzato alla Leopolda, di cui era lei la coordinatrice e organizzatrice. Il sodalizio con Renzi comincia a Firenze, dove Boschi si laurea in Giurisprudenza, ottenendo anche un Master in diritto societario, e dove comincia la propria attività di avvocato. Quando l’ex presidente del Consiglio vince le primarie del Pd l’8 dicembre 2013, diventa responsabile per le Riforme del Pd, e quando Renzi approda a Palazzo Chigi il 22 febbraio 2014, la chiama al dicastero per le riforme e i Rapporti col Parlamento. A dicembre 2015 finisce al centro delle polemiche per il ruolo del padre come vicepresidente di Banca Etruria, tanto che le opposizioni presentarono una mozione di sfiducia contro di lei.

Interni – La poltrona del Viminale passa dalle mani di Angelino Alfano a quella di Marco Minniti. Lo storico palazzo dell’Interno per lui non è una novità: dal 2006 al 2008 è stato infatti viceministro ai tempo del secondo governo Prodi. Il sessantenne calabrese di Reggio, laureato in filosofia, arriva nella politica nazionale a metà anni ’90 dalla Calabria con il Pds, all’ombra di Massimo D’Alema. Proprio con il Governo del ‘lider maximo’ viene nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio (1998-2000) e, in seguito, con il governo di Giuliano Amato, sottosegretario alla Difesa (2000-2001). Nel 2006, Prodi torna a Palazzo Chigi e Minniti approda al Viminale da viceministro restandovi due anni. Nel frattempo diventa responsabile Sicurezza del Pd e nel 2009. Nel 2013, governo Letta, diventa sottosegretario con delega all’Intelligence, confermato poi da Renzi.

Esteri – Angelino Alfano è la conferma con la “c” maiuscola, il volto che incassa l’ennesima poltrona e pure tra le più prestigiose. Il leader del Nuovo centrodestra lascia il Viminale e approda al ministero degli Esteri al posto del nuovo presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Nato ad Agrigento, classe 1970, sposato con due figli, Alfano vanta una già lunga esperienza di governo, iniziata come il più giovane ministro della Giustizia della storia della Repubblica. Chiamato alla guida del Pdl nel 2011 da Silvio Berlusconi – che ne apprezzava l’eloquio, l’energia e la determinazione salvo poi imputargli la famosa “mancanza di quid” – ha attraversato mesi difficili per il centrodestra fino alla caduta del governo e la nascita dell’esecutivo Monti. Con l’arrivo a Palazzo Chigi di Enrico Letta, con cui Alfano è in sintonia per età e storia politica, viene nominato ministro degli Interni e vicepremier. Ma la condanna definitiva in Cassazione di Berlusconi per frode fiscale fa precipitare la situazione. Il Pdl esce dal governo, Alfano invece resta nell’esecutivo e molla il suo mentore per fondare il Nuovo centrodestra (Ncd) insieme agli altri ministri ex Pdl. Nei primi dieci mesi al Viminale scoppia il caso Shalabayeva, la moglie del banchiere dissidente kazako Ablyazov espulsa e poi rientrata in Italia. Durante il governo Renzi è stato ministro dell’Interno, ma ha perso la carica di vicepresidente del Consiglio.

Giustizia – Andrea Orlando è una delle conferme del governo Paolo Gentiloni. Nei giorni scorsi si era ipotizzato un suo allontanamento, ma la poltrona è stata poi confermata. Il ministro dem ha sul tavolo una delle partite più complesse: il pacchetto giustizia bloccato prima del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre. Nato a La Spezia nel 1969, Orlando è il leader di riferimento dell’area dei Giovani Turchi. Già ministro con Letta, parlamentare del Partito democratico dal 2006, eletto nella Circoscrizione Liguria, ha fatto parte delle Commissioni bilancio, politiche dell’Unione Europea, giustizia e della Commissione parlamentare Antimafia. La sua attività politica inizia nel 1990 nel consiglio comunale della Spezia con il Pci; rieletto con il Pds nella successiva consiliatura, è stato capogruppo e poi chiamato in giunta come assessore. Nel 2003 è diventato vice responsabile nazionale dell’organizzazione dei Democratici di Sinistra e, in seguito, entrando nella segreteria nazionale, responsabile degli Enti Locali. Tra i fondatori del Partito Democratico, nel 2007 ne è diventato il primo responsabile dell’Organizzazione. Dal 2009 presiede il Forum Giustizia del partito.

Difesa – Confermata anche la senatrice Pd Roberta Pinotti. E’ stata la prima ministra italiana alla Difesa e resterà alla guida del dicastero di Palazzo Baracchini. Nata il 20 maggio 1961 a Genova, è sposata e ha due figlie. Nel governo Letta ha ricoperto l’incarico di sottosegretario alla Difesa, poi con Matteo Renzi la promozione. Laureata in Lettere, insegnante negli istituti superiori, ha iniziato il suo percorso politico negli anni Novanta. Dopo l’esordio avvenuto con l’elezione a consigliere nella circoscrizione genovese di Sampierdarena, ha conciliato l’attività nel partito con quella di amministratrice. Dal 1993 al 1997 ha ricoperto l’incarico di assessora provinciale alla Scuola e alle Politiche Giovanili e Sociali della Provincia di Genova e dal 1997 al 1999 è stata assessore alle Istituzioni scolastiche del Comune. Nel frattempo ha continuato la sua militanza nei Ds, fino a diventare segretaria provinciale, dal 1999 al 2001. Sostenitrice dell’Ulivo, Pinotti entra in Parlamento nel maggio 2001, eletta alla Camera. Rieletta nelle liste dell’Ulivo nell’aprile 2006, diviene presidente della commissione Difesa a Montecitorio, prima donna italiana a ricoprire questo ruolo. Nel Partito democratico è stata prima responsabile nazionale per la sicurezza, poi ministro ombra della Difesa e infine capo del dipartimento Difesa. Rieletta in Senato nel 2008, è stata eletta nel 2010 vicepresidente della commissione Difesa del Senato. E’ stata promotrice di molteplici atti parlamentari tra cui la riforma del codice penale militare e la messa al bando delle bombe a grappolo.

Economia – Confermato all’Economia Pier Carlo Padoan. Sul tavolo, ha tutti i dossier più caldi: dal caso Mps all’attuazione di una manovra, frettolosamente approvata al Senato con lo stesso testo della Camera, che dovrà essere corretta con una serie di decreti ad hoc. Alla scrivania di Quintino Sella, il titolare di via XX settembre è arrivato dall’Ocse, passando, ma senza mai metterci piede, dall’Istat. Per il suo incarico di governo Padoan ha lasciato l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, di cui è stato dal giugno 2007 vice segretario generale e dal dicembre 2009 anche Capo Economista. Per l’Ocse ha ricoperto anche l’incarico di rappresentante al G20 Finanza ed è stato a capo della Risposta Strategica e della Green Growth and Innovation Initiative. In precedenza è stato docente di Economia all’Università La Sapienza di Roma e direttore della Fondazione Italianieuropei, il think-tank politico che fa capo a Massimo D’Alema e che ha avuto Giuliano Amato nell’Advisory Board. Due esponenti di cui Padoan è stato consigliere economico dal 1998 al 2001, durante la loro esperienza a Palazzo Chigi. Negli stessi anni ha ricoperto l’incarico di responsabile delle politiche economiche internazionali presso la presidenza del Consiglio. Dal 2001 al 2005, è stato il Direttore Esecutivo italiano presso il Fondo Monetario Internazionale, responsabile per Grecia, Portogallo, San Marino, Albania e Timor Est. Fra gli altri incarichi Padoan ha rivestito anche quello di consulente della Banca Mondiale, della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea mentre dal 1992 al 2001 è stato professore al College of Europe e visiting professor in Italia, Argentina, Giappone, Polonia e Belgio.

Sviluppo  Resta alla guida del ministero dello Sviluppo economico (è stato nominato solo il 10 maggio scorso) Carlo Calenda – romano, 43 anni, figlio dell’economista Fabio Calenda e della regista Cristina Comencini – è considerato un ‘veterano’ del Mise visto che ne è stato viceministro dal maggio 2013 con il Governo Letta che gli attribuì la delega sulle politiche per l’internazionalizzazione e il commercio internazionale. L’ex premier Matteo Renzi lo ha confermato viceministro nel febbraio 2014 insieme alla responsabilità per l’attrazione degli investimenti esteri. Dal 18 marzo al 10 maggio 2016 è stato Rappresentante Permanente d’Italia presso l’Unione Europea, a Bruxelles, poi la chiamata a ricoprire il ruolo di ministro dopo le dimissioni di Federica Guidi.

Agricoltura – Maurizio Martina è un’altra delle conferme dell’esecutivo Gentiloni. Dopo un 2015 passato sotto i riflettori dell’Expo, Martina ha avuto un 2016 scandito dal confronto con Bruxelles su una serie di dossier, dal latte alla xylella, dalla pesca alle etichette. Il giovane ministro (classe 1978) è arrivato con Renzi alla carica più importante dopo essere stato sottosegretario uscente al ministero delle Politiche agricole nel governo Letta. Nato a Calcinate, in provincia di Bergano Martina, sposato con due figli, ha conseguito la laurea in Scienze Politiche. La sua carriera politica inizia nel 1999 quando viene eletto consigliere comunale, carica che ricopre fino al 2004. Nelle stesso anno, dopo una militanza nell’organizzazione giovanile dei Democratici di Sinistra, viene eletto segretario della Provincia di Bergamo. Nel 2006 assume la carica di segretario regionale dei Democratici di Sinistra in Lombardia. Nel 2007 è tra i fondatori del Partito democratico. Nello stesso anno, a seguito delle primarie, è eletto primo Segretario del Partito Democratico della Lombardia, poi riconfermato nel 2009. Nel 2010 è eletto Consigliere della Regione Lombardia, incarico riconfermato nelle consultazioni popolari del febbraio 2013.

Ambiente – Confermato anche il centrista in quota Casini Gian Luca Galletti alla guida del ministero dell’Ambiente. Nel pomeriggio era stata avanzata l’ipotesi che al suo posto potesse andare Ermete Realacci, ma l’ipotesi è poi tramontata in serata. Galletti riesce a tenere la poltrona, dopo mille giorni scanditi da battaglie come quella sugli OGM e sulle buste monouso, ma anche da polemiche come quella sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) sulla compatibilità ambientale del progetto TAP (Gasdotto Trans-Adriatico), nonostante l’avversione di provincia di Lecce, Regione Puglia e ministero Beni Culturali. Nato a Bologna il 15 luglio del 1961, sposato con 4 figli, ha esordito in politica come consigliere comunale a Bologna, dove è rimasto dal 1990 al 2009, ricoprendo anche la carica di assessore al Bilancio, dal luglio 1999 al giugno 2004. Nel 2006 viene eletto deputato e riconfermato nelle successive legislature. Al governo esordisce a maggio 2013, nominato sottosegretario all’Istruzione nell’esecutivo presieduto da Enrico Letta.

Trasporti – Non si tocca neppure Graziano Delrio, che rimane in sella al ministero dei Trasporti mentre nei giorni scorsi si era ipotizzato un suo incarico come presidente del Consiglio. L’esponente Pd e, almeno in passato tra i fedelissimi di Matteo Renzi, è diventato responsabile del dicastero dal 2 aprile 2015, appena dopo le dimissioni di Maurizio Lupi. Prima di questa esperienza è stato (dal febbraio 2014) sottosegretario alla presidenza del Consiglio sempre con Renzi e prima ministro per gli Affari regionali con Letta. Nato a Reggio Emilia nel 1960, Delrio è medico specializzato in endocrinologia e padre di nove figli. È in politica dalla fine degli anni Novanta, passando dagli inizio come consigliere della Regione Emilia Romagna, per poi diventare sindaco di Reggio Emilia per due mandati e presidente dell’Anci dal 2011 al 2013. Per i prossimi mesi lo aspettano diversi dossier caldi: dalla situazione di Alitalia, alla fusione tra Fs e Anas; ci sono poi da completare le nomine nelle Autorità di Sistema dei porti; il rinnovo del parco mezzi regionali e linee regionali previsti con le due leggi di stabilità; l’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria; la riforma del tpl; il Piano per gli intercity; il correttivo per il codice degli appalti; il piano metropolitane. Tra le incognite c’è anche quella del Ponte sullo Stretto, progetto di cui si è tornati a parlare negli scorsi mesi e su cui bisogna aspettare l’opinione del governo Gentiloni.

Scuola – Valeria Fedeli è la novità dell’esecutivo Gentiloni. Il capitolo dell’Istruzione è uno dei più delicati e nelle scorse ore si era valutata anche la candidatura di Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera. La scelta, dicono, è stata dettata anche dalla necessità di rimediare allo strappo con i sindacati. Esponente del Pd, vice presidente del Senato, dopo essere stata candidata come capolista in Toscana ed eletta senatrice per la prima volta alle elezioni del 24 e 25 febbraio 2013. Di lei dice: “Sono femminista, riformista, di sinistra. Sono sposata”. Nata a Treviglio (Bg) il 29 luglio 1949, è laureata in Scienze Sociali, presso Unsas. Ha contribuito con Bersani, ministro dello Sviluppo economico, alla definizione delle linee guida di politica industriale per la competitività e l’internazionalizzazione del Sistema produttivo della moda italiana. Ha partecipato al Tavolo per lo sviluppo del Made in Italy dello stesso Ministero. Ha fatto parte della delegazione per il negoziato sulle nuove regole del commercio internazionale, il Doha Round nel 2003.

Lavoro – Resta, un po’ a sorpresa, al ministero del Lavoro Giuliano Poletti. Una delle indiscrezioni più frequenti era infatti che la sua poltrona fosse quella che più probabilmente sarebbe saltata. Alcune delle sfide che rimangono sul suo tavolo: attuazione completa dell’ultima parte del Jobs act, approvazione del disegno di legge sul contrasto alla povertà, messa a punto delle modalità per la concessione dell’anticipo pensionistico oltre a una riforma stabile del sistema contributivo che renda più conveniente l’assunzione a tempo indeterminato.

Cultura – Inamovibile anche il dem Dario Franceschini. Il ministro della Cultura nei giorni scorsi è stato più volte citato come possibile presidente del Consiglio, ma soprattutto è stato tra gli esponenti Pd che più hanno spinto perché si formasse un governo per arrivare alla fine della legislatura. Con Renzi ha legato il suo nome, tra le tante iniziative, al rilancio di Pompei o all’Art bonus. Ma anche al mercoledì al cinema a due euro. Avvocato, politico, scrittore. La biografia è ricca di voci diverse. Nato a Ferrara il 19 ottobre del ’58, segue da giovanissimo la sua passione per la politica. Non trascura la professione e esercita come avvocato civilista dall’85. Cassazionista, è iscritto al registro dei Revisori contabili. Ma la politica gli prende sempre più la mano. Cresce con Benigno Zaccagnini come punto di riferimento, si iscrive alla Dc e poi prosegue la sua carriera politica nel Ppi fino ai vertici del partito. Intanto, comincia a fare esperienza nelle istituzioni partendo dal consiglio comunale di Ferrara. Il salto nel giro che conta è con il governo D’Alema, quando diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle riforme istituzionali. Ruolo confermato poi nel successivo governo Amato. Intanto Franceschini contribuisce a fondare la Margherita e poi, con l’Ulivo, diventa capogruppo alla Camera. Quando nasce il Pd, Franceschini è indicato come vicesegretario da Walter Veltroni. E quando questo si dimette, diventa segretario. Si presenta alle primarie contro Pierluigi Bersani e Ignazio Marino, ma viene sconfitto. Capogruppo del Pd nella precedente legislatura, nel governo di Enrico Letta assume l’incarico di ministro per i Rapporti con il Parlamento e appoggia poi Matteo Renzi nella corsa alla segreteria del Pd.

Salute – Regge anche la ministra alla Salute Beatrice Lorenzin. Secondo i deputati M5s è ‘l’highlander’ della XVII Legislatura: “cambiano i governi ma lei, inossidabile, resta piantata sullo scranno del ministro della Salute”. Da oltre tre anni e mezzo la Lorenzin occupa il dicastero di Lungotevere a Ripa. Sposata, con due figli gemelli, Lorenzin è la quinta donna al timone del dicastero della Salute e ricopre l’incarico dal 2013. Nata a Roma il 14 ottobre 1971, inizia la carriera politica tra le fila di Forza Italia. Nel 1997 è consigliere del XIII Municipio, nel 2001 viene eletta al consiglio comunale di Roma, nel 2005 diventa coordinatrice regionale di Forza Italia e l’anno successivo coordinatore nazionale dei giovani del partito. Eletta deputato nelle fila del Popolo della Libertà nel 2008 e poi nel 2013, viene nominata ministro della Salute da Enrico Letta nell’aprile 2013 (anno in cui passa al Nuovo Centrodestra, Ncd), e confermata anche da Matteo Renzi nel febbraio 2014. Nel corso del suo mandato è finita nella bufera per la campagna di comunicazione sul Fertility Day ma ha anche legato il suo nome al Piano per la Prevenzione della Corruzione in Sanità e al ddl per il riordino delle professioni sanitarie. Uno dei cavalli di battaglia, e capitolo ancora aperto, è l’aggiornamento, dopo ben 15 anni, dei nuovi Livelli essenziali di assistenza, che prevederanno anche la fecondazione assistita eterologa tra le prestazioni a carico della sanità pubblica.

Pubblica amministrazione – Marianna Madia continuerà a guidare il dicastero della Pubblica amministrazione. A lei è legato uno degli ultimi atti del governo Renzi che, in extremis, a quattro giorni dal voto sul referendum costituzionale, ha raggiunto l’accordo con Cgil Cisl e Uil per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego su un aumento di 85 euro mensili. Classe 1980, al suo nome è legata la riforma della Pa, la legge delega 124 del 2015, di cui tuttavia la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità di alcune parti. Una sentenza, quella della Consulta, arrivata come una doccia fredda il 25 novembre di quest’anno, dopo l’approvazione definitiva di ben cinque decreti attuativi, tra cui quello sulla dirigenza e quello sui servizi pubblici locali. Romana, deputata del Pd alla Camera dal 2008 è stata scoperta da Walter Veltroni che la volle capolista a soli 27 anni della XV Circoscrizione. E’ figlia del giornalista e attore Stefano Madia, una laurea in Scienze politiche, si è specializzata all’Istituto di Studi Avanzati di Lucca, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in economia del lavoro. Il 9 dicembre 2013 diviene membro della segreteria nazionale del Partito democratico, con il ruolo di responsabile per il lavoro, ‘trampolino’ per l’incarico di uno dei ministeri più in vista presso l’opinione pubblica.

Rapporti con il Parlamento – Il dicastero che fu di Maria Elena Boschi passa nelle mani di Anna Finocchiaro. Fino ad oggi era stata presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, e relatrice alla riforma e mediatrice dell’iniziale accordo con Forza Italia e anche con la Lega. Nata a Modica (Ragusa), ma catanese di adozione, Finocchiaro è sposata ed ha due figlie, ed è un magistrato. Entrata alla Camera nel 1987 con il Pci, da allora è sempre stata rielette, ed è perciò uno dei parlamentari con maggior esperienza: la giustizia e i problemi istituzionali le sue competenze maggiori. Nel maggio 1996 entra nel governo di Romano Prodi, come ministro per le pari opportunità e in quella carica presenta la legge per le misure alternative al carcere per le donne incinte o con bambini piccoli. Caduto il governo Prodi presiede la commissione Giustizia della Camera. Dopo un’altra legislatura alla Camera, nel 2006 approda al Senato, dove guida il gruppo dell’Ulivo. Nella legislatura successiva, dopo la nascita del Pd guidato da Walter Veltroni, è di nuovo a Palazzo Madama e sempre alla presidenza del gruppo.
Nella legislatura iniziata nel 2013 Finocchiaro assume la carica di presidente della commissione Affari costituzionali, dove nell’aprile 2014 approda il ddl Renzi-Boschi con la riforma costituzionale. Finocchiaro nomina correlatore Roberto Calderoli, riuscendo così a coinvolgere la Lega nel primo passaggio parlamentare, oltre a Forza Italia.

Affari regionali – Enrico Costa, figlio d’arte, viene confermato al dicastero che rappresentò la prima esperienza ministeriale, nel governo di Giuliano Amato del 1992, anche per il padre Raffaele, leader del Partito liberale. Nato a Cuneo il 29 novembre del 1969, avvocato, eletto la prima volta alla Camera con Forza Italia nel 2006 e poi riconfermato con il Popolo delle libertà nel 2008 e 2013, Costa è diventato tristemente famoso per essere relatore del lodo Alfano, la legge che prevedeva la sospensione dei procedimenti giudiziari a carico delle quattro alte cariche dello Stato. A novembre del 2013 decide di seguire Angelino Alfano nel Nuovo centrodestra, diventando il capogruppo del partito alla Camera. Incarico che lascia quando a febbraio del 2014 entra nel governo di Matteo Renzi come sottosegretario alla Giustizia, promosso a viceministro nello stesso dicastero a giugno di quell’anno. Poi all’inizio di quest’anno un ulteriore passo in avanti con l’indicazione a ministro degli Affari regionali. Nel dicastero ottiene anche la delega per le politiche familiari, tema caro ai centristi. E proprio alla vigilia del referendum polemizza a distanza con il leader del Family day Massimo Gandolfini, schierato per il no, e accusato dal ministro di aver dimenticato “i significativi interventi inseriti dal governo nella legge di bilancio” e che, “grazie ad Area popolare, la stepchild adoption è stata stralciata dalla legge sulle unioni civili e non è mai stata introdotta nell’ordinamento”.

Mezzogiorno e coesione territoriale – Tra le novità del primo governo Gentiloni c’è la nascita del ministero per il Mezzogiorno che è stato affidato all’ex sottosegretario del governo Renzi Claudio De Vincenti. Professore di economia con grandi capacità di dialogo e di mediazione, al centro delle più importanti trattative con le parti sociali negli ultimi anni, dalle acciaierie di Terni alla Lucchini, da Termini Imerese all’Ilva, ha ricoperto ruoli chiave anche nei governi Monti e Letta.
Romano, grande appassionato di montagna è nato a Roma il 28 ottobre 1948. Professore di economia politica alla Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza e collaboratore de Lavoce.info, il 29 novembre 2011 viene nominato sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico del governo Monti. Il 2 maggio 2013 viene confermato in quel ruolo nel governo Letta. Dal 28 febbraio 2014 è viceministro allo sviluppo economico nel Governo Renzi. Il 10 aprile 2015 viene nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel medesimo esecutivo. Politicamente schierato sin da giovane a sinistra, è stato anche consulente economico dei governi di Massimo D’Alema e Giuliano Amato.

Sport – Luca Lotti sognava la delega ai Servizi segreti, ma dovrà accontentarsi del ministero dello Sport. Ancora niente da fare per l’atleta Valentina Vezzali, periodicamente data in pole position per il ministero. Sarà infatti il sottosegretario a dover gestire il dicastero. E’ uno dei fedelissimi di Matteo Renzi, e mantiene la delega all’editoria più quella dei Cipe, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica. Nato a Empoli il 20 giugno 1982, laureato in Scienze di governo e dell’amministrazione all’Università di Firenze nel 2006. Eletto, nel 2013, alla Camera dei Deputati nelle liste del Partito democratico. E’ anche responsabile organizzazione della segreteria nazionale del Pd. Nel governo Renzi era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega all’Informazione e Comunicazione del governo, all’Editoria, alla Pianificazione, preparazione e organizzazione degli interventi connessi alle Commemorazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale, a Promozione e svolgimento di iniziative per le Celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza e della Guerra di Liberazione.

Crisi risolta in 5 giorni, ma non è record
Dal 7 dicembre alle 19 al 12 dicembre alle 17.30. E’ durata in tutto 5 giorni la crisi che ha portato alla nascita del governo Gentiloni. Una crisi lampo, ma non la più rapida nella storia della Repubblica. Il record (tre giorni) appartiene ex aequo a Silvio Berlusconi e a Mario Monti. Nel caso di Berlusconi si trattava della nascita del suo terzo governo: il Cavaliere si dimise il 20 aprile 2005 on seguito alla sconfitta alle elezioni regionali che convinse An a ritirare la propria delegazione. Alle 12,50 del 23 aprile successivo sciolse la riserva e presentato la lista dei ministri del suo nuovo governo. Altrettanto rapido Monti, che dopo essere stato nominato senatore a vita, ricevette da Napolitano l’incarico di formare il governo il 13 novembre 2011 e sciolse la riserva il 16, subentrando così al governo Berlusconi, travolto dalla crisi economica e dall’aumento dello spread. In 4 giorni Matteo Renzi ha fatto nascere il governo che la scorsa settimana è stato messo in crisi dall’esito del referendum sulla riforma della Costituzione: era il 17 febbraio del 2014 quando Renzi ricevette l’incarico, lo scioglimento della riserva e la lista dei ministri arrivarono il 21 febbraio. Anche Enrico Letta risolse la pratica in quattro giorni: il predecessore di Renzi ottenne l’incarico il 24 aprile 2013 e sciolse la riserva il 28. Quattro giorni anche per Massimo D’Alema: l’ex premier era già a Palazzo Chigi e si dimise il 18 dicembre 1999 in seguito all’uscita di Cossiga dalla maggioranza. Ricevette il nuovo incarico il 20 dicembre e sciolse la riserva il 22 dicembre dando vita a un nuovo esecutivo. Nella lontana Prima Repubblica le crisi di governo erano di solito lunghe e macchinose. Il record di velocità fu registrato nel passaggio tra il governo Tambroni, che si era dimesso il 19 luglio 1960, e il terzo governo Fanfani. Quest’ultimo, ricevuto l’incarico il 22 luglio riuscì a formare il governo il 27, dopo cinque giorni.