E’ andata benissimo” si era limitato a dire Denis Verdini nella consultazione con il presidente incaricato Paolo Gentiloni. In realtà l’incontro con il successore di Renzi non era andato bene per niente. E infatti dopo il faccia a faccia con il presidente incaricato il leader di Ala non si era fermato a rispondere alle domande dei giornalisti, come aveva fatto invece il giorno prima, con un sorriso grande così, dopo il colloquio al Quirinale, portandosi dietro Enrico Zanetti e Francesco Saverio Romano, cioè coloro che stava “vendendo” come possibili ministri. Di fatto il garante del Nazareno è uscito dall’incontro con Gentiloni più debole di come c’era entrato. Alla fine in consiglio dei ministri non ci saranno verdiniani: né Zanetti, ex montiano diventato verdiniano per necessità, finora viceministro dell’Economia, né Romano – ex ministro con Berlusconi – né Marcello Pera, ex presidente del Senato sempre con il centrodestra. “Non voteremo la fiducia a un governo che ci pare al momento intenzionato a mantenere uno status quo, che più dignitosamente sarebbe stato comprensibile con un governo Renzi bis” scrivono Verdini e Zanetti. Quel che più conta è che il voto non arriverà al Senato, dove la maggioranza è più stretta. Ma evidentemente Gentiloni ha fatto i conti. Se con i verdiniani il nuovo governo avrebbe potuto contare su circa 190 voti, ora il margine sarebbe di una decina di voti. (tra 171 e 177), grazie ai molti “cespugli”, cioè vari senatori di gruppo misto, Autonomie, gruppi-frittata come il Gal, Grandi Autonomie e Libertà. Questo significa che la maggioranza c’è, anche se sarà più debole, perché si basa sull’atteggiamento di vari gruppuscoli, se non posizioni individuali.

Insomma, disinnescato Verdini, almeno per ora. E per questo – forse per stizza o forse come ultimo tentativo disperato – Verdini e Zanetti decidono di trasmettere alle agenzie la loro nota piccata mentre Gentiloni è ancora nell’ufficio del presidente Mattarella per sciogliere la riserva, pochi minuti prima che il capo del governo esca nella sala stampa del Quirinale per leggere la lista dei ministri. L’esecutivo, sottolineano Verdini e Zanetti, “deve assicurare il giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità, senza rinunciare, in nome di pasticciate maggioranze, a quest’ultimo principio”. Sottolineano, in modo significativo, che “in questi giorni abbiamo rappresentato al presidente della Repubblica e successivamente al presidente del Consiglio incaricato la nostra disponibilità e il nostro senso di responsabilità” per tutto ciò che c’è da fare e non si può fare con “maggioranze pasticciate“, dicono. Quindi avere un governo con piene funzioni, che affronti le varie emergenze, anche economiche, e infine l’urgenza della riforma elettorale.

Eppure, su tutto questo, scrivono i capi di Ala e quel che resta di Scelta Civica, “non abbiamo avuto dal presidente del Consiglio incaricato alcun riscontro: al contrario apprendiamo la seria possibilità che venga varato un governo ‘fotocopia’, senza alcun approfondimento sulle questioni in campo. Di conseguenza, in coerenza con un’azione che in questi ultimi diciassette mesi ha assicurato al Paese la governabilità e la realizzazione di importanti provvedimenti senza alcuna contropartita, non voteremo la fiducia a un governo che ci pare al momento intenzionato a mantenere uno status quo, che più dignitosamente sarebbe stato comprensibile con un governo Renzi-bis“. Della serie: era meglio quando si stava peggio.

Nonostante la fedeltà, è il ragionamento, nonostante i voti di Ala siano stati più volte decisivi e anche quando non decisivi almeno utili a fare da cuscinetto contro gli scherzetti al Senato – ora dei centristi ora della sinistra Pd – il movimento di Verdini è l’unico a non essere premiato. Il Nuovo Centrodestra vede tutti i ministri riconfermati, addirittura con una promozione (in quanto a prestigio) di Alfano dal Viminale alla Farnesina. Il Pd sistema tutte le sue correnti, con tre-quattro occhiolini alla sinistra del partito (Fedeli, Minniti, De VincentiFinocchiaro), forse un segnale agli elettori e alla minoranza del partito. Ala, invece, nato apposta per sostenere governi e riforme, niente. Se la parola di Zanetti e Verdini è una sola, dunque, e se quindi non si accontenteranno di una manciata di posti di sottogoverno, il mancato voto di fiducia porterà all’uscita dall’esecutivo dello stesso Zanetti.