Alla Cassa Depositi e Prestiti tutti i nodi stanno per venire al pettine. E, dopo più di mille giorni di governo Renzi, toccherà al suo successore fare un bilancio anche se già è chiaro che non tutti i conti tornano, mentre i dossier potenzialmente più roventi per le casse pubbliche che hanno chiamato in causa anche la cassaforte del risparmio postale degli italiani, non senza tensioni, sono ancora tutti sul tavolo. Anzi, i casi più acuti rischiano di deflagrare da un momento all’altro. La drammatica situazione del Monte dei Paschi di Siena parla da sé. Più sottotraccia la delicata partita dell’Alitalia per la quale si torna a parlare dell’ennesimo salvataggio pubblico. Non prima dell’ormai consueto taglio ai posti di lavoro. Per non parlare della lentezza con cui procedono i piani di sviluppo della banda ultralarga che Cdp avrebbe dovuto sostenere attraverso la controllata Metroweb, confluita in Enel Open Fiber e finita sotto il cappello dell’Enel di Francesco Starace.

Con queste premesse si prospettano tempi duri per i due banchieri Fabio Gallia e Claudio Costamagna voluti dal premier dimissionario alla guida della Cassa dopo la rottamazione a luglio 2015 dell’ex presidente Franco Bassanini e dell’ad Giovanni Gorno Tempini. Anche perché difficilmente i due manager riusciranno a centrare gli obiettivi di redditività indicati nel consiglio di amministrazione del 17 dicembre 2015. A rendergli la vita difficile ci si è messa persino l’Eni di cui Cdp è socia con il 25,75 per cento: i due banchieri speravano nelle cospicue cedole staccate dal cane a sei zampe che già in passato avevano riempito i forzieri della Cassa. Contavano sul fatto che, per rispettare l’impegno di staccare dividendi, l’ad dell’Eni, Claudio De Scalzi, aveva anche inaugurato una corposa campagna di dismissioni. E, invece, alcune cessioni, come quella della chimica di Versalis, non sono andate in porto, mentre le basse quotazioni del greggio hanno affossato i conti dell’Eni mettendo le premesse per un taglio dei dividendi. Se così fosse, si tratterebbe di un’amara delusione per i vertici di Cdp che avevano stimato per il 2016 un utile da 933 milioni basandosi in buona parte su un monte dividendi da 1,4 miliardi composto per metà dalle cedole di Eni.

Senza contare che al danno si unirà anche la beffa dal momento che, su spinta del governo, Cdp si è svenata per dare una mano all’Eni comprando per 463 milioni il 12,5% di Saipem nell’ambito di una miliardaria operazione di salvataggio più utile al gruppo energetico che ai soci di Cdp e ai contribuenti. Considerazione analoga, del resto, può essere fatta anche per gli investimenti fatti da Cdp in Atlante, il fondo per i salvataggi bancari ripudiato persino dal presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti. O ancora per la decisione filogovernativa di sostenere l’Ilva, un’operazione “di sistema” su cui ha espresso “perplessità” anche la Corte dei Conti e che rischia di pesare sul futuro della Cassa.

In compenso, a tamponare la situazione della Cdp è intervenuto il Tesoro che ha trasferito sotto il cappello della Cassa Depositi e Prestiti il 35% delle Poste. Con questa mossa, il ministro Pier Carlo Padoan, la cui figlia è entrata nei ranghi della Cassa immediatamente dopo la nomina di Gallia e Costamagna, ha in un certo senso “ripagato” gli sforzi della Cassa come braccio finanziario del governo: grazie al passaggio di mano della quota, infatti, Cdp potrà incassare le cedole di Poste e migliorare i suoi conti. Tuttavia l’effetto netto dell’operazione sul bilancio di Cdp è ancora tutto da verificare. Le certezze arriveranno solo ad aprile quando l’esercizio sarà sottoposto all’assemblea dei soci della Cdp, fra cui figurano anche le Fondazioni bancarie. Ma al nuovo governo servirà fare molto prima i conti con Costamagna e Gallia, per capire subito su cosa e come potrà contare.  Anche alla luce del fatto che venerdì Moody’s ha tagliato da stabile a negativa la prospettiva sul merito di credito della Cassa su cui pesa la “forte dipendenza ed il forte sostegno” dal governo.