La Corte dei Conti esprime “perplessità”, per “compatibilità statutaria e sulla pertinenza degli impieghi delle risorse”, sul ruolo della Cassa Depositi e Prestiti nel sostegno a banche o imprese. Un riferimento alla “duplice operazione che prima nel 2015 (Fondo nazionale di risoluzione – Banca Etruria) e poi nel 2016 (Fondo Atlante -Banco Popolare di Vicenza/Veneto Banca) l’ha vista coinvolta in cordate di garanzia e salvataggio di Istituti bancari, così come gli interventi a sostegno delle imprese (Ilva)”. La Cdp, si legge nella relazione sulla gestione finanziaria per gli esercizi 2014 e 2015, con la crisi economica ha visto accelerare la sua “trasformazione da cassa semi-pubblica, custode del risparmio postale ed erogatrice dei mutui per gli enti locali, a vero e proprio strumento di politica industriale“.

Nel periodo preso in esame sono aumentate “le richieste di aiuto nei confronti della Cdp chiamata ad intervenire, proprio in virtù delle sue disponibilità, in situazioni molto critiche”, come “sblocco dei crediti verso la pubblica amministrazione, finanziamento di infrastrutture, salvataggi di imprese in crisi (oggi l’Ilva, in passato Parmalat, Montepaschi e Alitalia) o alla ricerca di capitali (Saipem, Fincantieri), interventi in favore degli Enti locali (di rilievo il contratto di finanziamento in favore del Comune di Roma per 4,8 miliardi di euro, allo stato non utilizzato dall’Ente locale), partecipazione al Fondo nazionale di risoluzione ed al Fondo Atlante. Interventi, questi, che – sottolinea la Corte dei Conti – hanno portato CdP, in alcuni casi, ad operare ai margini della propria compatibilità statuaria“.

La Cassa, rileva la Corte dei Conti, si pone “sempre più al centro dei rapporti economico-finanziari nazionali, ma con una centralità che non può non suscitare qualche interrogativo“. Per i magistrati contabili, “risulta chiaro come l’utilizzo di capitali della Cdp sia un tema particolarmente delicato, soprattutto politicamente, poiché il suo intervento in un settore o in un altro, ha sicuri riscontri sull’andamento dell’economia nel suo complesso. Ma ciò – avverte la relazione – richiama anche un altro fondamentale problema e cioè se in effetti non si stia portando Cassa ad operare su di un terreno ai margini del perimetro statutario“.

L’anno scorso, scrivono i magistrati contabili, si è chiuso per il gruppo con un risultato negativo di circa 859 milioni rispetto all’utile di 2,7 miliardi del 2014, a causa in particolare della perdita netta di 8,8 miliardi registrata dal gruppo Eni nello stesso esercizio, gruppo in cui Cdp ha una partecipazione diretta pari al 25,76% del capitale. Con l’anno 2015, segnala ancora la Corte dei conti, si è concluso il Piano industriale triennale lanciato nel 2013. Nel triennio il gruppo Cdp ha confermato il proprio ruolo di operatore anticiclico a sostegno dello sviluppo del Paese – fornendo credito e capitale di rischio al sistema – in un momento particolarmente difficile dell’economia globale, mobilitando 87 miliardi. Con il 2015, è stato approvato anche il nuovo piano industriale 2016/2020, che prevede lo stanziamento di 117 miliardi di euro per sostenere le imprese, una cifra che rappresenta il 73% in più rispetto a quanto stanziato nel quinquennio precedente.