Dopo la scadenza referendaria, Vittorio Zucconi ha commentato in questo modo la vittoria del No nelle regioni meridionali: “Il Sud purtroppo ha una tradizione elettorale e politica di autolesionismo che non è proprio incoraggiante”.

Facile liquidare così la vittoria schiacciante del No alla riforma costituzionale, tanto evidente soprattutto nel Mezzogiorno. L’81% dei giovani (età 18-34 anni) ha votato No, esattamente come il 67% degli elettori di età compresa tra 35 e 54. Il Sì vince tra gli anziani (53%). L’età, dunque. C’entra poco il titolo di studio: secondo Tecnè il 66% dei laureati è risultato contrario alla riforma, come il 58% dei diplomati; analoghi valori per chi abbia la licenza media (59,5%) e la licenza elementare (58,6%).

Non si è trattato di voti di partito: i dati dell’Istituto Cattaneo hanno mostrato una forte infedeltà dell’elettorato dei partiti principali, visibilmente spaccati sulla riforma. Non si tratta di vittoria della Lega, visto che il No ha stravinto proprio nelle regioni meridionali.

Si conferma un incremento dell’affluenza nelle regioni meridionali, già apparso significativo per il referendum sulle trivelle, in verità. Un buon segnale. Evidentemente un No alla riforma, ma non solo. In molti casi un No alla rievocazione dello spettro del voto clientelare, con tanto di contorsionistiche giustificazioni. In tutta evidenza, il voto ha travalicato la schietta tematica della riforma bocciata. Assai probabilmente, gran peso hanno avuto certe elusioni o il fallimento sui grandi temi che avrebbero dovuto dettare l’agenda di governo. Seguono pochi esempi.

Aumenta la precarietà e cala l’occupazione stabile (-39000 posti) in Italia, per cui la riforma del Jobs-act non ha sortito i risultati sperati. Aumentano poi gli inattivi, falsando le statistiche. Non si può confidare nei voucher, nei contratti precari e nei bonus, che han poco di strutturale, e suonano come pannicelli caldi, soprattutto prima delle scadenze elettorali.

Le famiglie sono sempre più a rischio povertà. Questo dato (Istat) è clamorosamente più significativo al Sud, si raggiunge il 46,4%, (era al 45,6% nell’anno 2014). Segnali molteplici di una situazione che al Sud si percepisce purtroppo molto bene.

Su simili macerie si pasce il “consenso” nei riguardi della criminalità organizzata, col suo welfare “alternativo” a quello di Stato: forse molti ignorano che in alcune aree del paese la criminalità organizzata si possa permettere di prestare piccole somme di denaro persino a fondo perduto, assumere personale nelle proprie aziende e “garantire la tranquillità” esigendo un pizzo pagato talora spontaneamente (sic!) dai commercianti.

Infine, certe scelte. È ancora forte l’indignazione per la vicenda dei 50 milioni alla sanità tarantina, ormai definitivamente scomparsi dalla scena, con un commento triste del governatore Michele Emiliano: “Siamo basiti e distrutti dal punto di vista emotivo dalla notizia, non so come spiegarlo ai tarantini”.

Questione, forse, di minor conto, se il governo ultimo non avesse varato due decreti “Salva-Ilva”, senza colpo ferire. E se l’emergenza tumori a Taranto non fosse quella che è. Osservando la questione sotto questa luce, parrebbe delinearsi una costante disattenzione verso talune emergenze.

Emanuele Ferragina ha osservato che: “La prevalenza larghissima del No è un voto di classe determinato dalla partecipazione massiccia della maggioranza invisibile. […] quella parte d’Italia costituita da precari, disoccupati, sottoccupati, poveri, tendenzialmente giovani e meridionali, che quando vota compatta fa sconquassi (come successe alle elezioni del 2013)” .

E’ superfluo dire che i giovani e il Sud debbano diventare le tematiche principali delle prossime elezioni politiche. Chi provasse a eludere ancora i segnali inequivocabili che provengono dai divari che percorrono il paese sarà spazzato via. Molti altri farebbero bene a fare un bel giro al Sud, non solo per le vacanze al mare, visto che sembrano citare le sceneggiature comiche dei film di Bisio.