A un anno e poco più dall’uscita del suo Mainstream, di lui e delle sue canzoni si è detto forse più di quanto ci fosse da dire. Perché vivisezionarle, le canzoni, non è mai servito granché. E Calcutta, al secolo Edoardo D’Erme, è uno che di sé sembra voler parlare pochissimo. Se non, appunto, attraverso le canzoni: “Sono tutte autobiografiche, non c’è nessun tentativo di universalità”, dice, guardandosi le mani infreddolite dalla prima giornata di inverno pieno. Intervistato decine di volte su quotidiani nazionali e siti specializzati, braccato da giornali e addetti ai lavori come si fa con l’esemplare più pregiato, ogni piega del suo ultimo lavoro (uscito nel 2015 per Bomba dischi) è stata perlustrata, con i fari accesi: quello che sta finendo, per Calcutta, è stato un annus mirabilis, c’è poco da fare. Eppure del cantautore di Latina si è capito ben poco. Il motivo di questa difficoltà ad ‘inquadrarlo’ si fa chiaro quando te lo trovi davanti per un’intervista capitata quasi per caso, come “quasi per caso” sembra essere capitato lui nella redazione milanese del Fatto.

L’occasione è una ‘coda’ del suo tour, in partenza a dicembre. Live club di tutta Italia stracolmi durante l’inverno a cavallo tra il 2015 e il 2016, Edoardo si prepara a una nuova infilata di sei date, manco a dirlo già sold out. Un annus mirabilis, dicevamo. Il successo per Calcutta è arrivato alla velocità di un treno maglev ma lui non sembra essersi fatto travolgere, anzi, su quel treno ci è salito con un salto agile, spiccato con una certa noncuranza. Roba da non stropicciarsi nemmeno la maglietta. Perché la cifra di Edoardo sembra essere una naturale nonchalance che si nota vis à vis così come scorrendo i suoi profili social: “Li uso il minimo indispensabile, soprattutto per quanto riguarda la promozione. Se i social diventassero una parte realmente integrante della mia vita allora sarebbe noioso. Quel che cerco di fare è renderli divertenti sperimentando, giocandoci, come se fossi un bambino che si trova davanti questo strumento e lo usa ogni volta in maniera diversa. E’ un modo per “indorare la pillola””, dice. E si capisce che non ne ne va matto ma che ha imparato ad accettare questa parte della via per il successo fatta di post, like e commenti, a volte anche negativi: “Quando mi trovo a leggere delle cose che non sono il massimo all’inizio penso che forse internet dovrebbe costare di più – ride – Dopo un po’ però ne prendo atto e mi dimentico. La rete è così, le cose si scordano in fretta”.

Due gli album del cantautore lazialeForse, del 2012 (chissà se lo sa, di condividere questo titolo, tra gli altri, con Pupo) e Mainstream, del 2015. Una provocazione, quel titolo, sull’abitudine a dividere tutto per compartimenti stagni quando di compartimenti stagni non ce ne sono più. Un gioco che ha finito per acquistare una concretezza forse inaspettata. Il singolo che segna la svolta è “Cosa mi manchi a fare“: è da quel “non mi importa se non mi ami più, e non mi importa se non mi vuoi bene“, cantato in modo malinconico e stropicciato, che Calcutta gira la curva verso il mainstream pur rimanendo con le ruote saldamente attaccate al mondo underground, che sembra essere decisamente ‘la sua tazza di tè”. O forse la sua coperta di LinusQualcosa che non gli piace del “suo mondo indipendente”, però, c’è: “Una sorta di atmosfera democristiana, da boyscout, che proprio mi infastidisce. Nessuno parla male di nessuno, mai uno che dica “oh quella cosa mi fa cagare”. Ed è impossibile che piaccia tutto a tutti. C’è questa difficoltà a dare un giudizio negativo. Che poi non vuol dire insultare ma esprimere una libera opinione”.

Un personaggio difficile da inquadrare, Calcutta, con i suoi modi sghembi, la sua reticenza nel raccontarsi, lo sguardo interrogativo come uno che guarda tutto da una certa distanza. E le sue melodie squisitamente orecchiabili, da cantare a squarciagola come in certi ‘clubbettini per hipster barbuti’ non si faceva da un po’. Ancora, i testi zeppi di riferimenti generazionali. Riferimenti che, parole sue, ben poco hanno a che vedere con quel pozzo di capisaldi dell’immaginario che è (ahinoi?) la televisione: “A casa di mia mamma, a Latina, non ce l’abbiamo da quando ho dieci anni. E non ce l’ho nemmeno a Bologna. Guardo qualche serie tv, tipo Narcos, ma non sono uno costante: va a finire che vedo dodici puntate tutte insieme e poi niente per un po’. D’altra parte, l’idea di andare in tv non mi piace granché. Ci sono tempi e modi che non sono i miei e che non capisco”. Va da sé che un talent show Calcutta non lo farebbe mai. Però capisce la scelta di Manuel Agnelli, deus ex machina di un underground che probabilmente non c’è più e oggi giudice di X Factor: “Se fossimo in Inghilterra, gli Afterhours sarebbero un gruppo nazional popolare rock. Da noi questa consacrazione non c’è stata e capisco che Agnelli, a 50 anni, vada a riprendersi quello che non gli è stato dato e che lo faccia entrando nelle case degli italiani”.

Lui, per ora, alle case degli italiani preferisce i palchi del locali di musica live. E dal 10 dicembre torna con cinque appuntamenti, già sold out. “A pensare alla fine del tour mi mancano già i miei amici, le persone con cui lavoro, con cui suono”, dice.

Malinconia, sì. Ma nella giusta misura. Perché ci sono due cose che Calcutta sogna, una in futuro prossimo, l’altra più nell’immediato. La prima è “stare in studio con Paul McCartney“. “Non mi azzarderei nemmeno a pensare a una collaborazione – racconta – Ma guardarlo lavorare, quello sì, mi piacerebbe. Ha passato così tanto tempo in studio McCartney”. Il secondo obiettivo è decisamente più concreto e probabilmente realizzabile. Perché uno come lui, uno che pare uscito dalla penna di Jonathan Coe, uno che la sua ragazza l’ha lasciato, parole sue, perché non usciva mai (“Poi il gatto chi lo guarda”), non può che avere un’esigenza, un’urgenza anzi, che dopo un lungo periodo immerso nel caos del successo si fa impellente: “Ho bisogno di disintossicarmi un po’. Di non stare sempre in mezzo a gente che suona, di tornare a quella temperatura alla quale ho scritto il disco. Insomma – chiude, ridendo ma mica troppo – ho bisogno di farmi i cazzi miei“. E, a pensarci, Calcutta sembra uno che “i cazzi suoi” tende a farseli sempre. C’è da sperare, in questo senso, che il “Mainstream” non lo cambi nemmeno un po’.