Ha vinto il cambiamento. Alle elezioni vince sempre il cambiamento. In Italia però con il referendum costituzionale non era facile capire da quale parte fosse il cambiamento. Con la Brexit e con Trump era palese, ma qui il cambiamento era proposto da entrambi gli schieramenti.

Il Sì diceva “cambiamo la Costituzione”, il No diceva “cambiamo governo”. La domanda ieri quindi era: quale cambiamento è più importante per gli italiani? La risposta è stata netta, con un’affluenza di quasi il 70% degli elettori (68,48%) e la vittoria del No col 59,1% dei voti contro il 40,9% del Sì gli italiani hanno detto per la seconda volta che la Costituzione non si tocca e che Renzi può andare a casa.

Se il cambiamento vince sempre in questa generazione cresciuta nella crisi economica iniziata nel 2007 e quindi nella sfiducia nei politici, c’è un metodo di fare campagna elettorale che perde sempre.

La vittoria del No in Italia, dopo quella di Trump negli Usa e del Leave nel Regno Unito per la Brexit sancisce la fine delle grandi campagne milionarie (dove vince chi ha più soldi) e dei guru super pagati.

Non vince più chi ha più soldi, ma chi ha la base del partito più motivata, la quale fa quindi campagna gratis. Senza grande organizzazione, perché non serve quando la voglia di cambiamento è sentita. Ognuno sui propri canali di fiducia va a cercarsi le argomentazioni che sente più sue e ne parla agli altri, dal vivo e in rete.

La Clinton ha raccolto circa 886 milioni contro 189 milioni raccolti da Trump. Dopo la spesa per comparire su Tv e giornali pari alla metà del budget, la seconda voce di spesa per la candidata democratica (9,9% del totale, 44,1 milioni) è stata quella del personale della campagna. Lo staff che ha messo in vari uffici negli Stati chiave. Una persona pagata per fare campagna non varrà mai come qualcuno che lo fa per passione.

Gran parte dei budget delle campagne milionarie dei guru americani va per organizzare un porta a porta scientifico. Renzi, che per la campagna del Sì ha assunto uno di questi super guru americani, Jim Messina, pagato 400mila euro, l’ha fatto soprattutto per organizzare il porta a porta.

Il porta a porta, ovvero andare di casa in casa di persona a fare campagna, funziona. Ma come avevo scritto il giorno del lancio della campagna porta a porta del Pd, in questo caso non c’erano i presupposti. Avevo previsto il flop della campagna di Renzi perché oltre al budget (quello c’era), per un porta a porta efficace servono sempre una base motivata (assente) e tanto tempo (poco). Due cose che i soldi non comprano.

La fine dei guru è incarnata da Jim Messina, il quale ha realizzato una grande campagna per Obama, certo, ma lì è rimasto. Il suo penultimo tweet lo vedeva esultare per i primi risultati delle elezioni americane che secondo lui erano di buon auspicio per la Clinton.

Il mondo è cambiato ancora dal 2012, se non si scende dalla torre d’avorio e ci si sporcano le mani, è impossibile interpretare l’umore del popolo. Jim Messina è stato anche il consulente di Cameron per il Remain. Facendogli fare la stessa fine di Renzi: dimissioni. Formule magiche, staff numerosi, militanti pagati, budget stellari: questo modo di fare campagna è finito.

Come spiega nel dettaglio il Fatto Quotidiano del 16 novembre, il Pd ha speso circa 6 milioni di euro per la campagna Sì. Secondo un’interrogazione di Sinistra Italiana, il fronte del Sì avrebbe speso 10 milioni di euro in tutto per la campagna referendaria. Il comitato del No ha investito 300mila euro, come il M5S. 200mila euro per la Lega.

La comunicazione politica è profondamente cambiata, perché il sentimento della popolazione lo è. I grandi guru, dall’alto dei loro conti milionari, fanno fatica a capirlo. L’emblema della distanza di una certa comunicazione da quello che è l’umore reale degli elettori sta in questa foto.

15317835_1316760891720141_5506525490520952977_n

Il giorno prima del voto, durante il silenzio elettorale (che vale per TV e giornali), il comitato del Sì ha sponsorizzato un hashtag su Twitter, mentre gratis, nella stessa classifica entrava l’hashtag con cui gli utenti chiedevano il silenzio elettorale pure sulla rete.

Non c’è nulla di scorretto nel continuare a fare campagna online (dove il silenzio elettorale non vale), ma fare pubblicità a pagamento, mentre i cittadini chiedono una tregua, è l’emblema di una comunicazione con tanto budget ma con poca sensibilità circa il reale sentimento popolare.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

‘La Repubblica tradita’, Giovanni Valentini innamorato deluso del suo giornale

next
Articolo Successivo

Referendum costituzionale, abbiamo vinto grazie ad attivisti e social media

next