Le norme anticorruzione in Italia non sono ancora pienamente in linea con gli standard fissati dal Consiglio d’Europa. La trasparenza sul finanziamento ai partiti è aumentata negli ultimi due anni, anche grazie all’introduzione del divieto alle donazioni anonime alle forze politiche, ma restano ancora delle criticità, tra cui quella del difficile accesso, da parte dei cittadini, alle informazioni sui finanziamenti che i partiti hanno ricevuto. È quanto emerge dal secondo rapporto di conformità sulla trasparenza del finanziamento dei partiti e le incriminazioni pubblicato da Greco (Group of States against Corruption), l’organo anti corruzione del Consiglio d’Europa. Che torna a battere anche su un tasto dolente: quello della prescrizione, considerata per com’è congegnata dall’attuale normativa un fattore di impunità per corrotti e corruttori.

Nel rapporto Greco rileva di aver rivolto all’Italia 16 raccomandazioni per introdurre i reati previsti dalla convenzione sulla corruzione. A oggi otto sono state soddisfatte, ma sette sono state solo parzialmente implementate poiché i necessari provvedimenti legislativi non sono ancora operativi e una non lo è stata per nulla. Si tratta della raccomandazione numero 3 sull’allargamento della normativa alla corruzione internazionale di giudici e arbitri privati.

Al netto della possibile crisi di governo dopo l’esito del referendum costituzionale, l’organo anti-corruzione prende atto delle informazioni fornite dalle autorità italiane sulle proposte di legge che il governo sta considerando in materia di corruzione dei funzionari e giudici stranieri e per penalizzare la corruzione attiva e passiva degli arbitri stranieri. Così come vengono presi in considerazione i passi avanti fatti per penalizzare la corruzione nel settore privato attraverso un decreto che il governo dovrebbe adottare entro il 16 dicembre e la proposta presentata dallo stesso governo per una nuova legge sui tempi di prescrizione. Proposta contenuta nel ddl penale che da mesi giace in Senato, fra continui rinvii del voto in aula dovute soprattutto alla resistenza dei centristi della maggioranza, ostili a un allungamento dei tempi di estinzione dei reati. Il Greco ritiene parzialmente soddisfatto il punto per due ragioni. La prima: l’aumento delle pene per corruzione introdotto dalla legge 69 del 2015, che comporta un parallelo aumento dei tempi di prescrizione. La seconda: proprio il ddl penale impantanato in Senato dopo l’approvazione alla Camera, che risale al lontano 24 marzo 2015. Resta il fatto che è dal 2009 che il Greco chiede questa riforma, perché sono spesso i colletti bianchi a beneficiare della tagliola imposta dalla legge ex-Cirielli di berlusconiana memoria e tuttora in vigore. E che, in particolare dopo lo shock referendario, sarà difficile vedere tramutata in legge dello Stato.

Ma se Greco “elogia queste iniziative legislative, nota che nessuna è stata sinora adottata”. E le prospettiva che ciò avvenga, dopo la crisi politica aperta dall’esito del referendum, si è ulteriormente allontanata. Il Greco sottolinea che “l’unica legge pertinente aessere stata effettivamente adottata dopo il primo rapporto di conformità pubblicato nel 2014 è la legge anti-corruzione 69/2015 che ha aumentato le pene per la corruzione nel settore pubblico”.