Il più irrequieto di tutti è anche quello che può vantare l’esperienza maggiore. Il suo nome è Salvatore Cardinale, da sempre detto Totò, viene da un paesino in provincia di CaltanissettaMussomeli, si chiama – e tra le altre cose nel suo passato può vantare una poltrona di ministro delle Comunicazioni occupata nei governi di Massimo D’Alema e Giuliano Amato. È in politica da quarant’anni, talmente tanti che ad un certo punto il neonato Pd di Walter Veltroni gli chiese di non ricandidarsi per aver superato il numero massimo di mandati. Lui avrebbe potuto opporsi, chiedere una deroga, fare rumore: ma l’uomo non è di quelli chiassosi, tutt’altro. E infatti si limitò a chiedere che il suo seggio alla Camera venisse assegnato alla figlia Daniela, anni 26, all’epoca studentessa in Scienze della comunicazione. C’è chi eredita un pezzo di terra, una casa di campagna, un appartamento in città: a lei toccò un posto da onorevole. Il padre da parte sua non soffrì troppo la lontananza da Roma. E infatti a un decennio da quello che i più distratti descrissero come un pensionamento è ancora Cardinale l’uomo della provvidenza del Pd: il partito nel frattempo ha cambiato quattro segretari diversi, ma in Sicilia non può assolutamente fare a meno di passare da Mussomeli.

Le ragioni del Sì? Citofonare Cardinale
Chi era oggi il regista dell’ennesima materializzazione di Matteo Renzi in Sicilia, l’ultima prima che la campagna elettorale per il referendum diventi materia d’archivio? Ovviamente Totò Cardinale, che dopo tanto tempo non ha ancora perso l’entusiasmo del primo giorno: passeggiava nervosamente offrendo le guance ai baci di chi gli si parava davanti per salutarlo, ma fino all’ultimo non ha mai staccato gli occhi dalla platea del teatro Politeama. Dal giglio magico, dove il sottosegretario Luca Lotti lo sponsorizza come un “suo uomo”, sanno che dei 400 comitati siciliani per il Sì, almeno un centinaio sono nati su impulso degli uomini di Cardinale. È per questo motivo che gli hanno concesso l’onore e l’onere di gestire la chiusura elettorale del premier sull’isola: un riconoscimento pubblico per l’ultimo sopravvissuto di una rottamazione che in Sicilia semplicemente non è mai andata in onda. I sondaggi – che sarebbero segreti, ma in Sicilia i segreti sono come le parole, se li porta via il vento – parlano chiaro: se Renzi vuole vincere il referendum deve e può recuperare dai 3 ai 6 punti percentuali concentrandosi sul Mezzogiorno. E infatti il capo del governo ha deciso di tornare a Palermo, tappa numero 19 di una campagna elettorale che in poco più di due mesi lo ha visto spuntare sull’isola in ben quattro occasioni: tutto pur di prendere la Florida d’Italia. “Facciamo manifestazioni più brevi e andiamo a cercare voti”, dirà comparendo sul palco quando saranno da poco passate le 11. A quel punto Cardinale, seduto al fianco del governatore Rosario Crocetta, si era già rilassato: se avesse portato ancora i baffi d’ordinanza avrebbe potuto riderci sotto. Il teatro era pieno come ai tempi di Berlusconi, ma dai loggioni non si scorgeva neanche l’ombra di una bandiera del Pd.

Ras acchiappavoti (e i pullman dalle province) in campo per il Sì
Al contrario abbondavano i vessilli di Sicilia Futura, la lista fai-da-te che l’ex ministro dalemiano ha creato dal nulla: nei giorni pari è una sorta di corrente interna al Pd, in quelli dispari un partito autonomo che negozia posti in giunta, nelle partecipate, nel sempre affollatissimo sottobosco di governo. E oggi al Politeama fare gli onori di casa toccava agli uomini di Sicilia Futura, ras acchiappavoti dalle esperienze politiche più variopinte. In prima fila ad ascoltare le ragioni del Sì c’erano Salvatore Lo Giudice, entrato all’Assemblea regionale siciliana con il destrissimo Nello Musumeci, Giuseppe Picciolo, eletto con il Movimento per l’Autonomia di Raffale Lombardo, ma anche Edy Tamajo, ex fedelissimo di Gianfranco Micciché in Grande Sud, felicissimo di sbracciarsi per rispondere al saluto di qualche elettore che lo omaggiava dal loggione.

E poi c’era Michele Cimino, uno dei due enfant prodige della prima Forza Italia (l’altro era un certo Angelino Alfano): se il teatro era pieno un ringraziamento va anche anche ai pullman pieni di gente arrivati dalla sua Agrigento. “Il gioco è semplice: trovarne almeno uno eletto con il Pd”, sussurrava qualche malizioso cronista, mentre in platea compariva Alice Anselmo, eletta capogruppo dei dem all’Assemblea regionale, dopo aver cambiato sette gruppi parlamentari in poco meno di tre anni. Sullo sfondo ecco anche Simona Vicari, già berlusconiana di ferro e adesso sottosegretario del Nuovo Centrodestra. Tornato all’ovile azzurro Renato Schifani, per non sfigurare nella sua regione Alfano punta tutto sui voti di Vicari, in provincia di Palermo, e su quelli dell’altro sottosegretario Giuseppe Castiglione, a Catania. Pur di votare Sì al referendum, poi, è addirittura uscito dall’Udc di Lorenzo Cesa – a colpi di insulti e carte bollate – l’ex ministro Giampiero D’Alia: i bene informati sostengono sia pronto a passare armi e bagagli nel Pd, per andare a ricoprire a Messina la casella lasciata vuota da Francantonio Genovese, migrato in Forza Italia.

Cambiacasacca e cacicchi del consenso: i renziani dell’ultima ora
Poi ovviamente c’erano i renziani dell’ultimissima ora, arruolati sotto le bandiere della Leopolda dal sottosegretario Davide Faraone. Per arrivare preparato all’appuntamento con la consultazione referendaria, il viceré siciliano di Renzi non si è certo risparmiato: prima ha “allargato gli orizzonti del Pd” (ipse dixit), aprendo le porte del partito ad una serie di cacicchi del consenso di sponda opposta. Sono quindi diventati renziani dalla sera alla mattina Valeria Sudano, eletta con il Cantiere Popolare di Saverio Romano che Totò Cuffaro definisce come “una sua amica”, Luca Sammartino, giovane deputato cresciuto nell’Udc, diventato famoso in campagna elettorale quando dalla clinica Humanitas di Catania – diretta da sua madre – partivano telefonate per invitare i malati di tumore a votarlo, Paolo Ruggirello, ex esponente della lista Musumeci, già luogotenente di Lombardo, che aveva esordito anni fa come assistente di Bartolo Pellegrino, deputato socialista, vicepresidente di Cuffaro, arrestato e poi assolto per concorso esterno a Cosa Nostra. “Sono diventati più renziani dello stesso Renzi: questi puntano a un posto a Roma”, diceva sottovoce un loro compagno di coalizione. Perché pur di prendere la Florida, il fronte del Sì in Sicilia si è allargato a dismisura: il risultato è che domenica voteranno e faranno votare a favore della riforma ex dc ed ex comunisti, cuffariani e lombardiani, berlusconiani estremi e berlusconiani moderati, renziani dell’ultima ora ma anche nemici giurati dei rottamatore.

Pure Mirello è per il Sì
E infatti Faraone è arrivato a cospargersi il capo di cenere pur di recuperare in extremis il sostegno – e i voti – di Mirello Crisafulli, l’ex impresentabile cancellato dalle liste del Pd dal comitato dei garanti, additato per anni come male assoluto dai leopoldini di più stretta osservanza. “Io sono il primo dei dalemiani” diceva Mirello quest’estate, quando l’ex premier aveva lanciato la sua campagna per il No. Arrivato l’autunno, però, ci ha ripensato, abbracciando su pubblica piazza l’ex nemico Faraone e facendosi fotografare da uomo sandwich per il Sì. Solo l’ennesima piroetta di una campagna elettorale che alla fine rimanda sempre alla stessa fonte d’ispirazione. “Che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà di ingannare se stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri”, faceva dire Giuseppe Tomasi di Lampedusa al principe Fabrizio Salina, che voleva rifiutare un seggio nel neonato Senato sabaudo. Non c’era ancora l’immunità, che invece il futuro Senato renziano concederà a sindaci e consiglieri regionali. E allora viva il Sì, con buona pace del Gattopardo che di questi tempi un seggio a Palazzo Madama lo avrebbe accettato volentieri.

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