Il suo nome in italiano significa Giardino del Talento. È il giardino in cui giovani imprenditori condividono scrivanie e progetti di lavoro. È il giardino in cui professionisti del digitale abbattono le mura degli uffici tradizionali per contaminarsi a vicenda. È soprattutto il giardino di un’Italia che semina idee, raccoglie investimenti internazionali e si prepara a conquistare l’Europa.

Sono passati 5 anni da quel primo dicembre 2011, giorno in cui il Talent Garden inaugurava il suo primo spazio a Brescia. Eppure, nonostante abbia gettato radici in tutta Italia, il network ha mantenuto saldi i valori di chi, nel Talent Garden, ci ha creduto dal primo minuto. “Il nostro merito è stato coinvolgere attivamente i fondatori dei campus – racconta Davide Dattoli, co-fondatore e Ceo del Talent Garden – Questo ci ha permesso di sbarcare in diversi territori con persone che hanno accettato di fare sistema. Puoi muoverti tra Brescia, Milano o Barcellona e trovare sempre la stessa atmosfera, la stessa voglia di condividere valore”.

Circa un mese fa Talent Garden ha coronato un percorso di successi con un round di investimenti da 12 milioni di euro. I fondi sono arrivati da nomi importanti, tant’è che ne ha parlato anche Tech Crunch. Nomi del calibro di Tamburi Investment Partners, 500 Startups ed Endeavor Catalyst – venture capital basato a San Francisco di cui fa parte Reid Hoffman, giusto per dirne uno, co-fondatore di LinkedIn.

L’obiettivo ora è aprire almeno altri 10 campus nei prossimi due anni, come quello inaugurato di recente nei pittoreschi Studios di Cinecittà a Roma. Questi campus si andranno a sommare agli attuali 17, dislocati in Spagna, Romania, Lituania, Albania e ovviamente Italia.

Per chi volesse respirare aria di futuro, la sede milanese di via Calabiana è senza dubbio una delle più consigliate. Spazi ampi e in continua espansione ospitano continuamente meeting ed eventi di formazione, con residenti e ospiti che difficilmente superano i 35 anni. Sono soprattutto presenti startup digitali tra le più affermate in Italia e nel mondo.

Pensiamo a Prestashop, che opera a livello internazionale per rendere gratuitamente disponibile la sua piattaforma di e-commerce open source. Pensiamo a Deezer, che offre 40 milioni di brani in versione streaming per gli amanti della musica di oltre 180 paesi. Pensiamo infine a Deliveroo, i cui riders mettono in collegamento clienti affamati di tutto il mondo e ristoranti che non dispongono di un proprio servizio di consegna a domicilio. Nomi altisonanti a cui si aggiungono tutte le startup social-oriented come Helpling, Guard.Social e Worldz.

Proprio la città di Milano, di recente, è stata menzionata dal Financial Times come il potenziale polo commerciale dell’Europa post-Brexit. Di fronte a questa ipotesi Davide Dattoli motiva così un ragionevole scetticismo: “Milano ha una peculiarità. Si vive bene ed è piena di gente in gamba. Ma non è ancora abbastanza internazionale, si parla poco inglese. La città non è ancora permeata da una vera cultura dello scambio globale”. Scetticismo confermato dai dati della Commissione Europea menzionati dallo stesso Financial Times. Dati molto severi, i quali sostengono che solo il 34% degli italiani sarebbe in grado di sostenere una conversazione in inglese.

Lo stesso Dattoli chiede infine uscire dalla dialettica “Italia vs. Estero” per guardare al quadro più generale del contesto moderno. “Gli Stati oggi non esistono più. La cultura della globalizzazione significa leggere le stesse cose, vedere le stesse cose. – conclude il Ceo di Talent Garden – In Italia abbiamo solo 60 milioni di abitanti e sono oggettivamente troppo pochi per fare business a livello locale. Dobbiamo pensare a livello più ampio, a livello Europa”.

Che non significa dimenticare le origini, o rinnegare le tradizioni, o abbandonare la propria terra per sempre. Significa credere che in Italia ci sia ancora la possibilità di costruire, guardare in avanti, anziché limitarsi a sistemare le macerie del passato. Significa ricordare al mondo che il Paese della moda, del cibo e dell’arte può bussare alla porta dell’Europa per spiegare ai grandi, con l’entusiasmo di un 26enne, che forma avrà il futuro. Il Giardino del Talento ci sta mostrando che è possibile coltivare l’ambizione di essere i primi. Anche nel digitale.