Nel day after dell’assemblea del Monte dei Paschi di Siena l’albero di fico è rimasto senza foglie (ah, il referendum!), ma che il re è nudo lo si capisce lo stesso. Il Sole 24 Ore titola “L’unico piano B è l’intervento dello Stato” e spiega che molto difficilmente il mercato riuscirà ad assorbire la richiesta di aumento di capitale nel caso in cui vengano convertite, come da attese comunicate alla Consob e al mercato, obbligazioni subordinate per un valore di poco superiore al miliardo di euro. Altro che sì o no al referendum: nessun investitore istituzionale è disposto a impegnarsi ad acquistare azioni prima di conoscere l’esito dell’operazione di conversione, mentre volatilità e incertezza stanno aumentando sui mercati soprattutto in vista delle delle decisioni di politica monetaria che potrebbero scaturire dalle riunioni di dicembre della Fed e della Bce. Il rischio è che la già difficile operazione di salvataggio prenda il via proprio in un momento di turbolenza finanziaria. Il MontePaschi ha ribadito in assemblea di non avere un piano B e anzi, di non aver nemmeno contemplato l’ipotesi di un bail-in, il che è grave per un gruppo dirigente: non si può gestire un’operazione ad alto rischio di insuccesso toccando ferro ed evitando di valutare le possibili conseguenze di un fallimento perché porta male.

Quindi se il piano B non ce l’ha la banca, deve avercelo il governo. E infatti, come scriviamo da tempo, si sta avvicinando il momento della nazionalizzazione del MontePaschi, unica opzione percorribile per evitare che le banche italiane cadano una dopo l’altra come i birilli, travolte dalla crisi dell’istituto senese che, piaccia o non piaccia, è pur sempre la terza banca italiana. Il dato interessante è che, secondo il Sole 24 Ore, il governo sarebbe riuscito a trovare un accordo a Bruxelles sulle modalità d’intervento già a luglio: “trattandosi di aiuti di Stato – scrive il quotidiano di Confindustria – sarebbero penalizzati gli obbligazionisti subordinati (come nel caso delle 4 banche salvate), a eccezione dei clienti retail a cui, con il già acquisito avallo informale di Bruxelles, sarebbero poi rimborsati i bond che vanno in scadenza a partire dal 2018”. Ammesso e non concesso che l’accordo ci sia, non si capiscono due cose: la prima è per quale ragione gli obbligazionisti retail dovrebbero aderire all’offerta di conversione. Se i loro interessi sono comunque tutelati e se non hanno già venduto i loro bond a prezzi stracciati (come in molti hanno fatto negli ultimi giorni), agli obbligazionisti retail converrebbe non consegnare i loro titoli in offerta: nella migliore delle ipotesi (l’aumento di capitale va in porto) continueranno a incassare le cedole, nella peggiore (la banca viene messa in risoluzione e magari scatta anche il bail-in) i loro titoli verranno rimborsati come scrive il Sole. La seconda cosa che non si capisce è con quali soldi si pagherebbero i rimborsi. Fondi pubblici? Autotassazione del già esangue sistema bancario? Se ha ragione Citi a dire che siamo in condizioni molto simili a quelle del settembre 2011, vuol dire che non ci restano neanche gli occhi per piangere, figurarsi i soldi per rimborsare gli obbligazionisti retail…

Intanto, mentre la barca rischia di affondare c’è chi “per puro spirito di servizio” si è fatto appuntare i gradi di ammiraglio (quelli di comandante li ha l’uomo di Jp Morgan, Marco Morelli). Stiamo parlando di Alessandro Falciai, terzo azionista del Monte Paschi di Siena con poco meno del 2% del capitale. La cosa più notevole detta dal neopresidente dell’istituto nella conferenza stampa che si è tenuta dopo l’assemblea è di non aver ancora deciso se partecipare o meno all’aumento di capitale che con il suo voto ha appena contribuito a varare: “La valutazione se aderire o meno, la farò al momento dell’aumento di capitale”. Un’affermazione in linea con quella del Tesoro, che di Mps è il primo azionista con il 4%, e che sembra accomunare anche altri azionisti di “peso”, tra cui la Fondazione Mps che ha proposto Falciai alla presidenza dell’istituto e che proprio pochi giorni fa ha dimezzato la propria partecipazione nel capitale scendendo dall’1,5% allo 0,7%. Un chiaro segnale di fiducia sulle magnifiche e progressive sorti della banca senese. Ma il neopresidente Falciai è davvero un campione inarrivabile: a differenza della Fondazione, del Tesoro e di tutti gli altri azionisti grandi e piccoli del MontePaschi, lui non ha perso neanche un centesimo nonostante la caduta verticale della quotazione perché – da investitore accorto qual è – contestualmente all’acquisto delle azioni ha stipulato un derivato che lo mette al riparo dalle oscillazioni del prezzo. Una posizione invidiabile, la sua, ma che forse non ne fa la persona più adatta a chiedere sacrifici ai creditori che sulle scelte di Mps non hanno nemmeno la possibilità di votare.