MILANO – Tutto ruota attorno all‘esercizio del potere. Non se perseguirlo o meno ma se sia più prolifico e produttivo, per sedare gli antagonisti e gli oppositori del regime, usare il pugno duro della censura o il guanto di velluto dell’autocensura indotta. Su questo filo stretto a doppio nodo, per equilibristi che non temono le vertigini dell’autorità o quelle della caduta nel disonore, ha intessuto il plot di Collaborators” di John Hodge, sceneggiatore scozzese che ha firmato “Trainspotting” come “Piccoli omicidi tra amici”. Collaborazionisti, complici di un sistema. Da una parte un intellettuale liberale che mai si piegherà alle richieste ossessive di sudditanza al governo, Mikhail Bulgakov, la cui penna ci ha lasciato “Il Maestro e Margherita” e “Cuore di cane”; dall’altra parte un dittatore sanguinario, Iosif Stalin. Recentemente abbiamo assistito a un’altra piece dove appare il fantasma del dittatore georgiano, testo di Matei Visniec, “Riccardo III non s’ha da fare”.

La drammaturgia di Hodge, che Bruno Fornasari ha tradotto e messo in scena (2 ore e 20′ che scorrono felicemente senza battute d’arresto), ritagliandosi con i suoi Filodrammatici (14 attori in scena) anche un piccolo ma decisivo ruolo, è tutto giocato su spostamenti a elastico, passaggi e nuovi convincimenti, cambi di status, come sabbia nella clessidra che muta i bilanciamenti. Ogni scena, ogni dialogo stabilisce un nuovo assestamento, segnando un equilibrio diverso. Come le due braccia della stadera della Giustizia. L’autore britannico (amante delle Dolomiti) è partito effettivamente da un fatto storicizzato: Bulgakov, che nuotava in cattive acque finanziarie e al quale venivano soppresse le repliche e censurati i drammi, aveva scritto a Stalin chiedendogli un incarico fisso, anche minimo, che gli garantisse un’entrata stabile, ormai ridotto alla fame. “Ne uccide più la penna della spada”, dice infatti il proverbio.

A queste lettere riceverà per risposta una telefonata da parte di Stalin. Qui, nella scena romanzata, i due si incontrano più volte, facce della stessa medaglia, unendosi, divenendo sodali, tra incubo, sogno e verità. Che il potere per essere legittimato ha bisogno degli artisti, e questi, per campare, hanno necessità di Mecenati, protezione, incarichi. Basti vedere, nel nostro attuale piccolo mondo italico, la corsa a salire sul carro del Sì al prossimo referendum costituzionale da parte di una lunga lista di artisti, cineasti, teatranti vari. Aleggia lo spettro del precariato, che il proprio lavoro non venga rispettato, ma anzi cancellato e calpestato.

L’atmosfera sonora, drappeggi di tocchi tenui e marcati, unita a tinte gotico-pastello, ci porta su di un piano d’inquietudine con la certezza che ogni quadro stravolga la situazione precedente, che tutto possa scivolare nel baratro. Un cast compatto e affiatato con Tommaso Amadio, ben calibrato nell’oscillare tra l’ostinata opposizione e la giustificazione della dittatura, un Bulgakov piegato dalle incertezze tra una dolorosa resistenza ad oltranza o il cedere alle lusinghe del potere; Bruno Fornasari, figura di peso anche se ruolo marginale, è il poliziotto silenzioso e minaccioso che si rivela nel finale; Marco Cacciola, sarcastico e pungente, è l’altro perfido ispettore; l’efficace Emanuele Arrigazzi è il dottore, stile “della mutua”, che sembra uscito dai b-movie della commedia all’italiana. Su tutti un armadio in stile “Cronache di Narnia” che accoglie e fa sparire, porta verso altri mondi.

Per i 60 anni dell’Uomo di Gori la Polizia segreta incarica Bulgakov di comporre un testo teatrale che ne magnifichi la biografia del Capo dipinto come un eroe nazionale senza macchia. Dopo i primi rifiuti e le minacce conseguenti, lo scrittore cede e, a corto di idee, è proprio il dittatore che gli viene in soccorso scrivendo di suo pugno la sua giovinezza fino alla salita a Segretario del Partito Comunista. La realtà sulla scena viene ben dosata da inserti e incastri di teatro nel teatro con, dapprima, la rappresentazione del “Malato immaginario” di Moliere, metafora dello stesso Bulgakov; poi, con le prove della messinscena sul giovane Stalin, aggiungendo piani in un assommarsi di dimensioni temporali, fluttuando nella nebbia dove il vero e il falso, l’augurato e l’insperato si confondono, bianco e nero del Bene e del Male sbavano in un grigio dove tutti sono colpevoli, dove tutti sono Collaborators.

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare”. (Bertold Brecht)