Questa campagna referendaria incarna nei tre principali leader dei paradossi psicologici. Renzi, Grillo e Berlusconi, non me ne vogliano gli altri ma a confronto di questi tre sono schiappe, lottano per fare prevalere il Sì o il No ma, sotterraneamente, avrebbero qualche vantaggio dal fatto che vincesse la tesi contraria. Qualcuno mi darà del pazzo. A forza di lavorare con la patologia mentale questo si è fuso!

Per spiegarmi occorre fare una premessa: la vera posta in gioco non è prevalere sulla riforma costituzionale, pur importante, ma vincere le successive elezioni politiche.

Grillo da una vittoria del Sì trarrebbe rilevanti vantaggi. Il governo sarebbe costretto ad andare avanti un altro anno logorandosi e una legge elettorale, fortemente maggioritaria su un’unica Camera, favorirebbe la sua possibile vittoria alle elezioni politiche. Al contrario per lui sarebbe quasi impossibile vincere, senza alleanze, sia al Senato che alla Camera con leggi molto proporzionali e premio a coalizioni.

Berlusconi con la vittoria dei Sì ridimensionerebbe definitivamente le ambizioni dei comprimari del centrodestra che capirebbero di non avere spazio politico. In un anno tornerebbe eleggibile e si potrebbe proporre ancora in sella a scegliere il candidato e dettare la linea. Forse non vincerebbe ma  sarebbe sempre capace di coalizzare un ampio fronte. Le sue televisioni sarebbero salve. Con la vittoria del No rischia di subire la concorrente leadership dei vari Salvini e Meloni anche perché non è ora rieleggibile.

Renzi, come dice giustamente Farinetti, è divenuto antipatico perché impersona il potere e perché ha un carattere arrogante. Per il gusto di dire una battuta spiritosa si inimica un sacco di persone e categorie. Solo la sconfitta al referendum lo potrebbe far tornare umano e un poco più sintonico col popolo, come capitò quando perse contro Bersani. Di fronte ad una vittoria del No avrebbe buon gioco a chiedere, nei mesi successivi, che i vincitori facessero quelle riforme che hanno promesso prima del referendum. Naturalmente l’accozzaglia dei suoi avversari mostrerebbe in pochi mesi l’incapacità di un qualunque accordo. Ad elezioni anticipate a maggio con sistema proporzionale con premio a coalizioni Renzi sarebbe favorito. Con la vittoria del Sì, invece, dovrebbe governare un altro anno e far accadere tutte quelle meraviglie che ha promesso con seri rischi di creare insoddisfazione. Diverrebbe, inoltre, ancora più arrogante e antipatico.

Credo che i tre leader, più o meno inconsapevolmente, sappiano che, paradossalmente, oltre che vincere potrebbe anche essere conveniente perdere. Grillo e Berlusconi palesemente fanno una campagna referendaria sotto tono lasciando andare avanti le mezze schiappe che li circondano. Renzi pare battersi come un leone. Tutti dicono che personalizzando il referendum ha fatto un errore ed anche lui lo ha ammesso. In realtà è chiaro, a mio avviso, il contrario. Polarizzando così tanto l’attenzione sulla sua leadership avrà, in caso di sconfitta ai punti (dal 46 al 49%) un patrimonio enorme di elettori schierati con lui pronti a premiarlo in elezioni politiche a breve dove si vince anche col 35/40%. Quando ti sei polarizzato psicologicamente pro o contro esiste un effetto traino che perdura in modo acritico per qualche tempo.

E’ chiaro che il non detto in campo politico prevale su quello che viene esplicitato. Le strategie devono, forzatamente, essere nascoste e tenute celate per non venire distrutte dagli avversari. Non voglio affermare che i tre leader vogliano perdere. Sarebbe eccessivo. Penso che valutino entrambe le opzioni e si interroghino su cosa loro conviene in prospettiva della vera battaglia politica che verrà.

La conclusione per noi elettori è che, lungi dal vedere il referendum come “la battaglia finale stile guerre stellari” fra il bene e il male assoluti, dovremmo valutare bene se questa riforma può far fare un passo avanti o indietro all’Italia. Questo per i nostri figli indipendentemente dalle opinioni dei leader.