Quando due settimane fa siamo atterrati a Casablanca dove enormi manifesti preannunciavano il Cop 22 che si doveva tenere a Marrakech, ecco i miei amici – sapendo che sono un ambientalista – chiedermi cosa diavolo sia questo COP 22, e io, che non sono un grande amante dei megagalattici summit fra Stati e dei conseguenti accordi sul clima, a prendere tempo per guardare in rete e non fare una meschina figura.

Scopro così che il 7 novembre si sarebbe aperta a Marrakech la ventiduesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 22, dove l’acronimo Cop sta per “conferenza delle parti”), alla quale avrebbero partecipato fino al 18 novembre più di 20.000 persone, in rappresentanza di 196 stati e centinaia di imprese, Ong, associazioni di scienziati, enti locali, popolazioni autoctone e sindacati.

“A poco meno di un anno di distanza dalla Cop 21 di Parigi, la principale sfida che hanno di fronte le delegazioni che per due settimane lavoreranno in Marocco è di riuscire a rendere operativo l’Accordo siglato in Francia, entrato in vigore il 4 novembre. Nella capitale transalpina i capi di stato e di governo delle 195 nazioni partecipanti firmarono infatti un testo nel quale è stata indicata la “traiettoria” che il Pianeta dovrà seguire se vorrà limitare i danni derivanti dai cambiamenti climatici. In particolare, occorrerà riuscire a mantenere la crescita della temperatura media globale sulle terre emerse e sulla superficie degli oceani ad un massimo di +2 gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali.”

Insomma, questo Cop 22 viene dopo il Cop 21, e prima ancora il Cop 20, e così via, per arrivare al Cop 1 in cui le nazioni si resero conto che il mondo stava andando a scatafascio e decisero di darsi una mossa. Davvero sembra quasi puerile che gli Stati del mondo si siedano intorno a un tavolo e si dicano che bisogna diminuire la temperatura dell’orbe terracqueo e stabiliscano anche la data entro cui tassativamente ottenere questo meritorio risultato. Sicuri ovviamente di ottenerlo. Ma ci sono o ci fanno, come talvolta si usa dire? Davvero pensano di essere così bravi da raggiungere una certa temperatura entro un anno certo? A me non piacciono questi summit, mi sembrano fatti per far girare un po’ di soldi in turismo, infrastrutture e quant’altro nei paesi che li ospitano.

Noi siamo stati a Marrakech prima che arrivasse la moltitudine umana del Cop 22. Marrakech è la seconda città più inquinata del Marocco, dopo Casablanca, e quindi una delle più inquinate d’Africa. Una città in cui le strisce pedonali quasi non esistono, e attraversare la strada per il pedone è spesso una scommessa, che per fortuna spesso si vince. Una città in cui i rifiuti sono ovunque, ma non nel Palazzo Reale che ospita il summit, beninteso. Noi abbiamo girato il Marocco. Non ho i dati del consumo di territorio, ma credo che i miei amici di Salviamo il paesaggio impallidirebbero: fra ameliorations routieres, lotissements, grands ouvrages, è tutto un cantiere nelle zone abitate e viciniori, in compenso è vero ci sono i parchi nazionali: peccato che le manchino le palinature e l’indicazione dei divieti, e se chiedi alla gente del posto ti guardano col punto interrogativo sulla testa.

A parte il Marocco, da cui son tornato, però ho anche superficialmente presente dalle notizie che apprendo che cosa è oggi il nostro mondo. Con l’Artico che si squaglia, con le specie animali e vegetali che si estinguono, con la deforestazione che continua, con i migranti ambientali, con il consumo di territorio che non accenna a diminuire.

Gli stati sono convinti che senza cambiare il loro modello di sviluppo si riuscirà a mantenere l’aumento di temperatura entro i due gradi entro il 2100. Magari, come dice Lester Brown, riempiendo il Sahara di pannelli solari (sembra una battuta, ma l’ho sentito con le mie orecchie). Credono di riuscirci e credono che sarà sufficiente. Auguri, intanto “noi non ci saremo”, come cantava Augusto Daolio.