Le note di ‘Il chiaro di luna’ di Beethoven e ‘Tu che di gel sei cinta’ dalla Turandot hanno accompagnato l’addio a Umberto Veronesi, scomparso l’8 novembre, nella cerimonia laica organizzata a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano. A suonare è il figlio dell’oncologo, Alberto, musicista e direttore d’orchestra. Dopo il saluto dei figli, dei nipoti, della moglie Sultana Rozan e di una sala Alessi gremita, l’ultimo lungo applauso è stato riservato alle centinaia di persone che hanno seguito la cerimonia dai maxi schermi di Piazza Scala e hanno assistito al passaggio del feretro.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che è stato curato dall’oncologo quando aveva il cancro, ha aperto la cerimonia con il suo discorso: “È stato il mio medico, mi ha aiutato a guarire – ha spiegato quasi in lacrime – e mi ha lasciato un insegnamento: ‘la malattia farà sempre parte della tua vita ma non la devi considerare come altro da te, anzi devi pensare che noi e le nostre malattie siamo la stessa cosa. Ma che ci si cura sempre’. Dobbiamo moltissimo a Umberto per essere stato protagonista delle nostre vite fino all’ultimo, con le sue riflessioni e le sue idee anche provocatorie”. Dopo il suo discorso, il primo cittadino ha aperto alla possibilità che Veronesi venga sepolto al Famedio, il pantheon delle personalità illustri di Milano al cimitero Monumentale: “Con calma ma lo faremo. Credo che sia assolutamente doveroso e credo che sarà gradito a tutti”.

Dopo Sala, ha preso la parola Emma Bonino: “Tu hai già vinto – ha detto l’ex ministro, che è stata anche paziente di Veronesi – la medicina e la scienza in questo Paese stanno cambiando troppo lentamente per i tuoi e per i miei gusti. Però stanno cambiando. In Italia ci sono ormai molti medici e professori che hanno imparato il tuo metodo, che non guardano più solo l’organo malato ma la persona, con i suoi sogni, le sue debolezze e suoi punti di forza. Questo metodo, che si sta espandendo, è la tua eredità“. Infine è stato il momento del saluto del figlio Paolo, oncologo come il padre: “Ciao papà – ha esordito – siamo rimasti orfani, non solo noi ma una generazione di medici e ricercatori che vedeva in te un esempio”. “Oggi voglio ricordare gli anni più belli, quelli che abbiamo vissuto da bambini, quando tornavi a casa con un vassoio carico di pasticcini e noi facevamo a gara a chi ne mangiava di più – ha continuato Paolo cercando di sorridere – ricordo i viaggi in moto a velocità folle: mi stringevo a te, certo della tua infallibilità di padre. Mi sembrava impossibile che sarebbe arrivato questo giorno, ma tu dicevi sempre: siamo di passaggio, dobbiamo lasciare il posto ad altri”.

Anche il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi ha partecipato alla cerimonia laica per l’ultimo saluto a Veronesi. In rappresentanza del governo c’era poi il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e il ministro della Saluta Beatrice Lorenzin: “Per me era naturale rendere omaggio come ministro della Salute a un grande scienziato, per tutte le cose che lui ha cominciato e che dobbiamo portare avanti”, ha commentato. Tra i presenti anche il vice segretario del Partito democratico Lorenzo Guerini, gli ex sindaci di Milano Carlo Tognoli e Gabriele Albertini, l’ex sindaco di Torino Piero Fassino e l’amministratore delegato di Pirelli Marco Tronchetti Provera. Poco dopo l’apertura della camera ardente ha raggiunto Palazzo Marino anche Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia. Fra le tante persone in coda c’erano la cantante Rita Pavone, l’attrice Stefania Sandrelli, Alessandro Cecchi Paone, la ballerina Carla Fracci e anche Don Antonio Mazzi, che ha commentato: “bisogna avere il coraggio di dire che è morto un grande uomo, ma cogliere la sua eredità è difficile”.