Sono passati 10 anni da quando scoppiò l’inchiesta dossier illegali, una sorta di spy story tutta italiana che vide, secondo l’accusa, la security di Telecom e Pirelli, all’epoca guidata da Giuliano Tavaroli, impegnata a confezionare ‘report’ illeciti su una serie di personaggi più o meno noti: imprenditori, politici, giornalisti e persino calciatori. Nelle cartelline gialle preparate dagli “spioni” gialle finivano le informazioni raccolte da fonti aperte e legalmente, in quelle azzurre invece i dati scovati e ottenuti illecitamente. C’erano poi gli attacchi informatici da parte del Tiger Team, che nato come nucleo per la difesa informatica della società, secondo le indagini era stato utilizzato anche per spiare concorrenti e “nemici”.

L’inchiesta della Procura di Milano deflagrò anche nel cuore delle istituzioni perché per alcuni mesi in molti caddero nell’equivoco che fossero state eseguite anche intercettazioni. Un equivoco che portò anche all’approvazione in fretta e furia di una legge, votata da tutto l’arco istituzionale, che ordinava la distruzione dei dossier. Una norma che poi finì davanti alla Consulta perché la distruzione dei report implicava di fatto l’eliminazione del corpo del reato.

Dieci anni dopo il processo è ancora alle soglie della sentenza di secondo grado e per alcuni imputati sarà dichiarata la prescrizione. Il sostituto procuratore generale di Milano Daniela Meliota ha infatti chiesto il non luogo a procedere per prescrizione per tutti gli imputati, eccetto che per gli investigatori privati Emanuele Cipriani e Marco Bernardini, i quali vanno condannati a 5 anni di carcere per rivelazione del segreto di Stato. Ai giudici della corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduti da Sergio Silocchi, il pg, nella sua requisitoria, ha ricordato che al vaglio c’è “una vicenda di gravità inaudita. È stato creato un sistema per influenzare e ledere la dignità delle persone, degli interessi imprenditoriali, dello Stato e della sicurezza nazionale”. I principali reati oramai coperti da prescrizioni e contestati a vario titolo sono associazione per delinquere, corruzione e accesso abusivo a sistema informatico.

A concorrere alla prescrizione sono stati anche i circa tre anni e mezzo trascorsi tra il giudizio di primo e quello di secondo gradoInfatti nel febbraio 2013 la Corte d’Assise, allora presieduta da Piero Gamacchio, aveva condannato a 7 anni e mezzo l’investigatore privato ed ex collaboratore del Sisde Bernardini, e con lui l’altro investigatore privato Emanuele Cipriani (5 anni e 6 mesi), l’ex responsabile della security di Telecom Brasile Angelo Jannone ( 1 anno, pena sospesa), Andrea Pompili, ex appartenente al cosiddetto Tiger Team (4 anni), l’imprenditore Roberto Preatoni (2 anni e mezzo), il giornalista Guglielmo Sasinini (3 anni e mezzo) e l’ex sindacalista Antonio Vairello (3 anni). Giuliano Tavaroli, ex capo della security Telecom e poi Pirelli, ritenuto il creatore di questo ‘team’, aveva patteggiato una condanna a 4 anni e due mesi.

I giudici in primo grado avevano riconosciuto, oltre a 10 milioni di provvisionale a favore di Telecom, risarcimenti tra i 10mila e i 50mila euro alle molte delle parti civili, tra cui i Democratici di Sinistra, vittime dei presunti dossieraggi (30mila euro al giornalista Massimo Mucchetti, ora senatore Pd) e che ora sono ancora costituite in appello. Nessun risarcimento, però, era andato all’ex dg della Juventus, Luciano Moggi, che si era costituito parte civile perché lamentava di essere stato spiato dagli uomini di Tavaroli per conto dell’Inter. Cipriani, investigatore privato fiorentino, riceveva richieste di indagini facendo poi controllare, spiare, i nomi che gli venivano indicati: così avveniva la prima raccolta di dati riservati (grazie anche ad accessi a database). Le informazioni venivano quindi inviate alla security Telecom-Pirelli. I servizi venivano pagati con fatture di Telecom. Pratiche, dossier, informazioni finivano e venivano anche ottenute dall’allora servizio segreto, guidato dal generale Pollari.

Nel maggio del 2014 invece erano tutte cadute le accuse nei confronti di Marco Tronchetti Provera, all’epoca dei fatti presidente di Telecom, che era stato indagato per i reati di accesso abusivo al sistema informatico, associazione a delinquere e corruzione: il gip, su richiesta della Procura, aveva archiviato. Per l’indagine sul caso Kroll, costola di questo procedimento, Tronchetti era stato assolto nel processo d’appello.