È assurdo pensare che per realizzare un vero “taglio dei costi della politica” occorra metter mano alla Costituzione, tuttavia il “taglio dei costi della politica”, in uno con quello della “riduzione delle poltrone”, è l’argomento fra i più popolari utilizzati nella campagna del “Sì” al referendum oppositivo del 4 dicembre. Le ragioni della presa di questo espediente retorico sono, però, facilmente comprensibili: in una situazione in cui scarseggiano le risorse per gli investimenti e l’occupazione, le spese per la politica sono indubbiamente scandalose, come insopportabile è pure l’esistenza di un ceto politico di massa gravante sulle finanze pubbliche. Del resto, il sentimento d’insoddisfazione per i partiti e per la politica, che pur serpeggia in tutta Europa e anche al di là dell’Atlantico, arrivando sempre più spesso a tingersi di rancore e ostilità, in Italia ha una lunga storia.

Già negli anni Venti del secolo scorso, infatti, ebbe a manifestarsi, con Giuseppe Prezzolini quale riferimento principe, nel suo rifiuto di “prender parte”, al momento dello scontro tra socialisti e fascisti e della successiva instaurazione del regime imposta da questi ultimi. Proseguì nella fase di smobilitazione del regime fascista, quando la mentalità benpensante borghese prese il posto dell’attivismo squadrista e marginalizzò le pulsioni totalitarie. Raggiunse l’apice dopo il 25 luglio 1943, quando il “prender parte” divenne una scelta di vita in senso proprio e, di conseguenza, la maggioranza degli italiani si rifugiò nella zona grigia.

Né la tendenza a rifugiarsi nel “particolare” e all’estraniarsi dalla politica, scomparve con l’instaurazione del regime democratico: ne è prova la fiammata di consensi, in quegli anni cruciali, del movimento dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, soprattutto nel Centro-Sud, in reazione al cosiddetto “vento del Nord”, aggregato politico in cui confluirono i membri del C.L.N. Alta Italia, ancora immersi nel clima di lotta armata e violenta dei mesi precedenti, che giudicavano i colleghi romani troppo inclini al compromesso e al tradimento degli ideali della Resistenza.

Negli anni Quaranta e Cinquanta, nonostante il coinvolgimento di un alto numero di persone nella vita politica, prosperarono però sentimenti opposti di cui si fecero interpreti sia la destra nostalgica e monarchica sia settori cattolico-moderati e laico-borghesi. Negli anni Sessanta, peraltro, la politica venne progressivamente messa da parte e l’ubriacatura ideologica del post-Sessantotto, pur avendo diffuso un nuovo entusiasmo per la partecipazione e il coinvolgimento diretto, favorì, tuttavia, anche un movimento di segno opposto, la “maggioranza silenziosa”, invocante il ritorno allo statu quo ante, che sponsorizzato dalla destra neofascista tramontò rapidamente, non senza, però, aver gettato i semi dell’antipolitica, destinati a fruttificare, dopo il cataclisma di Tangentopoli, quando, mentre i partiti tradizionali collassavano perché svuotati da una perdita di legittimità che risaliva al decennio precedente, trovarono compiute espressioni partitiche il lato plebeo e opulento dello stesso sentimento: la Lega Nord, vendicatrice dei torti subiti dagli operosi e onesti lavoratori, naturalmente settentrionali, e Forza Italia, manifestazione diretta, non mediata, della società civile produttiva. Il seguito è cronaca.

È di tutta evidenza che cavalcare la “crisi della politica”, con i corollari che le sono propri, quali la disaffezione verso la politica stessa, l’astensionismo elettorale, l’antiparlamentarismo, oltre a costituire sul piano costituzionale un pericoloso cedimento alla peggiore demagogia populista, pone in contraddizione con se stessi coloro che, senza curarsi di dar così segno di preoccupante ignoranza costituzionale, attribuiscono agli oppositori della revisione promossa dal ddl Boschi la prava volontà di delegittimare il Parlamento con il “No”. I Costituenti del 1947, infatti, nella loro somma saggezza, pur avendo voluto che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, poiché fin troppo consapevoli dell’alto tasso di antiparlamentarismo presente nel Paese, si sono ben guardati dallo spingersi ad ammettere il referendum oppositivo alla revisione costituzionale approvata da due terzi dei parlamentari: un “No” popolare che sconfessi due terzi del Parlamento segnalerebbe una profonda crisi di rappresentanza, a tutto beneficio degli antiparlamentaristi.

Quando, pertanto, il referendum è consentito, il “No” alle modifiche costituzionali, lungi dall’essere mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento, esprime il rigetto da parte degli elettori delle modifiche approvate non già dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare. E questo, a tacere sia della legittimità di tale maggioranza sia del se e del quanto quella maggioranza possa essere stata coartata e ricattata.