Questa settimana il blog del Centro Studi Unimed ospita il contributo di Schira Deutsch, una giovane israeliana che racconta come si sia avvicinata all’attivismo pacifista all’interno dell’Ong Shatil, un’associazione che lavora per la coesistenza tra arabi ed ebrei in Israele e per porre fine al conflitto. Traduzione dall’ebraico di Claudia De Martino, ricercatrice Unimed”. 

Sono Schira Deutsch, una donna gerosolimitana di 34 anni. I miei amici di Gerusalemme mi bollano come una “persona di sinistra” e laica per giunta, ma quando mi incontro con i miei amici europei e discutiamo del conflitto, a loro le mie opinioni appaiono piuttosto “di destra”. Agli amici europei provo sempre a spiegare che io vivo questa guerra come una del posto, ovvero come una persona che sa che entrambe le parti in conflitto hanno una loro narrativa legittima e che entrambe sono vittime e carnefici allo stesso tempo, al contrario di quella che è spesso opinione comune in Europa, ovvero che l’occupazione sia la causa di tutto e la colpa sia attribuibile solo ad una delle due parti. Per i miei amici israeliani io, invece, metto troppo in discussione il mio Paese quando dico che l’occupazione, che ormai dura da oltre cinquant’anni, ci ha influenzati come società e ci ha tolto la possibilità di vivere in pace, conducendoci alla situazione intollerabile in cui viviamo adesso.

Tuttavia, oggi non sto scrivendo per questo motivo, ma per raccontare la mia personale esperienza di “risveglio”, dopo ben 34 anni di vita passati a fare altro.
Sono figlia di una famiglia politicizzata, poiché mio padre è stato a sua volta attivista in Gush Shalom, un gruppo considerato molto a sinistra. Dopo aver terminato il servizio militare, ho partecipato a molte manifestazioni per la pace, salvo accorgermi dopo un po’ di tempo che non servivano a niente, decidere di smettere del tutto e cessare qualsiasi attività politica per più di dieci anni.

Questo fino al 19 giugno scorso, in cui mi è accaduto un fatto banale che però ha cambiato la mia vita. Mi trovavo alla fermata del tram in centro a Gerusalemme, qualche giorno dopo un attentato in cui dei ragazzi arabi avevano cercato di sparare agli avventori di alcuni locali in una zona di ristoranti la sera di una festa in cui tutti erano in vacanza e parecchie persone si trovavano in centro.
Quel giorno il controllore ha deciso di ispezionare fisicamente tre ragazzi arabi “per ragioni di sicurezza” davanti a tutti e l’atto mi ha colpito per la sua brutalità e la sua crudezza, ma non sono riuscita a dire niente. Sapevo infatti che la situazione era delicata e tesa perché pochi giorni prima, appunto, a sparare nell’area ristoranti erano stati dei ragazzi come loro che non sembravano affatto sospetti.

Non potevo dire nulla, pensavo. Sembra strano, ma è così che vanno le cose qui, indipendentemente dal fatto che si sia di sinistra o di destra, per tutti noi che viviamo a Gerusalemme e per cui questa è la realtà di ogni giorno. Nel frattempo l’ispezione si è conclusa, senza che io avessi detto niente. Mi sono venute le lacrime agli occhi perché da un lato vedevo dei bambini che avevano paura e dall’altro che i ragazzi ispezionati si sentivano profondamente umiliati e hanno iniziato a protestare contro quell’atto di volontaria mortificazione e detto qualcosa al responsabile della sicurezza, che in tutta risposta ha iniziato a picchiarli. In quel momento non sono più riuscita a restare zitta e ho gridato in direzione della guardia: “Perché fai questo? Per quale motivo? Che ti dice la testa?”

Solo tre persone, tra le decine che si trovavano là, sono accorse in mio aiuto, tra cui un padre arabo con il suo bambino che mi ha detto che a lui scene del genere accadevano sempre, mentre io cercavo di spiegargli che non era colpa loro, ma nostra, che questo dipendeva dalla violenza con cui ogni giorno ci rivolgiamo gli uni agli altri quando esprimiamo opinioni differenti, fino al punto da non sopportare più chi esprime idee diverse e minacciarlo di morte. Una donna mi ha offerto dell’acqua e suggerito di andarmene prima che la guardia picchiasse anche me e perfino un mio amico, che è venuto in mio aiuto, mi ha chiesto con aria interrogativa perché mi fossi intromessa.

Dopo questa scena non ce l’ho più fatta e per tre giorni me ne sono andata da Gerusalemme. Al ritorno ho capito che per me quell’evento era stato un trauma, che mi aveva sconvolto e gettato addosso una terribile paura per il nostro futuro: quello di una società che non tollera il dissenso. Sentivo che non potevo più andare avanti così, che non potevo più limitarmi a scegliere e far sentire la mia voce solo il giorno delle elezioni e il resto del tempo vivere in una società divisa, piena di paure gli uni verso gli altri. Dovevo fare qualcosa!

Io non sono affatto una persona religiosa, ma non credo alle coincidenze. Qualche giorno dopo, mentre cercavo tra gli annunci di lavoro, mi sono imbattuta nell’inserzione di un’organizzazione che si chiama “Shatil” che cercava coordinatori per un progetto dal nome “Programma Shatil per la leadership in una società condivisa”. Ho inoltrato domanda allegando il mio cv (in cui purtroppo non figurava nessuna attività di volontariato o sociale) insieme ad una lettera in cui spiegavo che non avevo nessuna esperienza pregressa, ma che sarei stata felicissima di essere accettata a partecipare. Loro mi hanno risposto che sarei stata l’unica priva di un background politico o sociale e che volevano sapere perché mi interessassi a quel programma. Ho raccontato loro questa breve storia e ho detto loro che quello che cercavo erano degli strumenti per incidere sulla realtà, per costruire una società condivisa, esattamente quello che manca in Israele: perché qui c’è un conflitto profondo, che continua da anni, senza che noi sappiamo ancora come convivere insieme in questo Paese. Mi sentivo eccitata come alla vigilia di un primo appuntamento, mentre aspettavo una risposta, che poi venne e fu positiva e non vi fu mai persona più felice di me quel giorno. Sentivo che per me sarebbe iniziata una nuova vita.

Il programma per una “società condivisa” di Shatil ha l’obiettivo di costruire una società in cui arabi ed ebrei (e tutti gli altri gruppi) condividano gli stessi spazi e si sentano ugualmente pienamente cittadini, a casa propria. A questo scopo, il dialogo tra arabi ed ebrei è essenziale perché si sviluppi un percorso di azione comune che affronti le radici del conflitto, allevi le tensioni ed elabori delle soluzioni, per quanto difficili.

Proprio in questi giorni, mentre scrivo, è in corso la seconda parte del programma, in cui 20 ebrei israeliani e 20 arabo-israeliani si riuniscono per discutere di problemi comuni. I partecipanti sono tutte persone brillanti, con importanti esperienze sociali e politiche alle spalle, tutti ugualmente ispirati da questo ideale di una società da condividere e desiderosi di insegnare alle persone semplici ad essere critiche e a guidare processi che possono migliorare la situazione, educandole a conoscersi ed alla convivenza.

Vogliamo costruire uno spazio che sia autenticamente multiculturale e non solo pluralista. Perché? Perché il pluralismo significa che la maggioranza tollera che al suo interno esista una minoranza con opinioni differenti, mentre il multiculturalismo significa invece assenza di gerarchie tra varie identità e culture, che né la maggioranza né la minoranza possiedono la verità, che nessuno detta le regole, ma che entrambe insieme contribuiscono a creare una società diversa e condivisa.

Per la prima volta nella mia vita, è buffo dirlo, mi sono trovata seduta accanto a dei coetanei arabi, a discutere di vita quotidiana, di esperienze professionali e della costruzione di una società senza più barriere religiose, di genere o etniche. E per la prima volta ho realizzato quanto fosse assurdo che tutto questo non fosse mai accaduto prima, ma che perlomeno mi ero svegliata.
Durante questi incontri ho conosciuto tante persone interessanti: Samir, che lavora nell’istruzione di base, Jo’adat, scrittore e lettore all’università, Ismail, un ragazzo beduino che fa l’assistente sociale, Natalie, che vuole fondare una scuola bilingue a Lod- una città dove vivono sia arabi che ebrei, ma dove non esiste ancora una scuola mista- e poi Ava, un avvocato e femminista mizrahi, Lucien, direttore di un centro sociale a A-Tur, e infine Samira, che vuole costruire un centro per le donne della comunità drusa ed è una vera guerriera.

Tutti loro mi hanno insegnato molto, mi hanno inspirata e ogni incontro mi lascia con nuovi stimoli. Che cosa facciamo in concreto? Qualcosa di molto semplice: ci incontriamo ogni due giorni e esaminiamo vari modelli di società multiculturali valutando se sia possibile importarli in Israele, come potrebbero funzionare da noi e che cosa bisognerebbe fare per realizzarli qui.
Il prossimo incontro si terrà a Ma’alot Tarsiha, una piccola città vicino a Nahariya dove è sorta la prima associazione cittadina arabo-ebraica, unione di Ma’alot, villaggio ebraico e Tarsiha, città araba: un primo, piccolo esempio concreto di convivenza. Spero che sia solo l’inizio di un progetto molto più grande.

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