Dopo gli 8 milioni di spettatori medi dell’esordio, perdere 1,3 milioni di anime la settimana successiva, ma senza che sia diminuita la permanenza media d’ascolto, indica che una porzione netta di pubblico ha semplicemente rifiutato il programma, mentre gli altri, all’opposto, hanno continuato a gradirlo tal quale.

La causa della scissione di alcuni (non pochi) spettatori dei Medici potrebbe risiedere nel passaggio della serie dal genere cappa-sesso-spada a un racconto più intimo e per certi aspetti perfino mistico. Complice il personaggio di Cosimo de’ Medici, rinchiuso in cella dagli arroganti, invidiosi e timorosi esponenti delle nobili schiatte fiorentine (l’equivalente del partito senatorio ai tempi di Giulio Cesare) e insidiato come un Sindona qualunque, da avvelenamenti subiti e crisi spirituali autoindotte.

Fuori da quella cella non succedeva granché, tranne il movimento di truppe più esibite che lanciate in battaglia, come accadeva del resto per la consuetudine risparmiosa degli eserciti mercenari. L’unico passaggio marziale alla fin fine se lo è dovuto inventare la moglie di Cosimo irrompendo e volteggiando al galoppo nella Sala del Consiglio a minacciare sfracelli a chi intendesse per davvero giustiziare lì per lì il consorte e Capo Casata.

Questo mix di pensiero (molto) e azione (poca) non ha allontanato, come saremmo stati indotti a supporre, i maschi, ma le femmine, che evidentemente non sono più quelle di una volta visto il comportamento di ogni età, dalle treccine alle calotte bianche. Basti dire che se a guidare i telecomandi fossero stati, come accadeva un tempo, gli uomini l’ascolto sarebbe calato di soli 600mila persone, la metà di quanto in effetti è accaduto.

Più in generale la serie sconta, almeno finora, il fatto che Cosimo sia, fin da quando a scuola lo associavamo ai character minori della Storia, come un personaggio sfocato, semplice premessa della risaputa età d’oro associata al Magnifico nipote Lorenzo. Qui invece è proprio a Cosimo che tocca la parte dell’eroe motore del racconto, ma senza che gli sceneggiatori gli abbiano all’uopo fatto assumere lo spessore, nel bene e nel male, dei re plantageneti attraverso i quali Shakespeare, mettendo in scena il passato, parlava dell’eterno presente del Potere e delle sue problematiche. A beneficio del botteghino.

Insomma, alla fin fine con questo Cosimo ci ritroviamo con un Re di Denari anziché con un Trono di Spade, come se i grandi capi famiglia del Made in Italy non fossero capaci delle grandi efferatezze che tanto ci tengono incollati allo schermo e, al massimo, ti sorprendano miracolando la fedele segretaria con milioni di eredità. Speriamo in Male, per le prossime puntate.