Bebe Vio e Agnese Landini in Renzi. Cosa hanno in comune queste due donne, recentemente salite al soglio pubblico? Anzitutto sono donne. Poi hanno attirato su di loro una enorme attenzione per via di ciò che hanno fatto, per ciò che sono, per ciò che rappresentano: un’atleta medaglia d’oro alle Paralimpiadi e la moglie dell’attuale Presidente del Consiglio. Sono state per tutta la giornata di ieri il bersaglio del dileggio e dell’insolenza di alcune migliaia di minus habens, che le hanno insultate (insultate, non solo criticate) perché “ree” di aver presenziato alla visita di Stato a Washington DC, dietro invito del Presidente Barack Obama e sua moglie Michelle.

Fra i miei 25 lettori ci sono quelli che da tempo mi suggeriscono: “Sciltian, ma cosa presti attenzione ai commenti sui social network. Sono pieni anche di webeti, di invidiosi, di gente frustrata che sfoga il suo senso di inutilità e di mancato realizzamento sociale insultando chi, invece, ce l’ha fatta”. Peggio ancora se ce l’ha fatta partendo da condizioni di oggettivo svantaggio, come è stato nel caso di Bebe Vio. O se, semplicemente, sono donne di successo: il binomio a moltissimi proprio non va giù, anzi, in particolare non va giù a moltissime donne per niente di successo, e vi assicuro che i social network ne traboccano.

Tuttavia, quando il rumore di fondo di tanti webeti si fa assordante, io mi infurio.

Vediamo i fatti: insieme a Bebe Vio (e alla nostra First Lady) alla Casa Bianca Renzi ha invitato altre tre donne: la direttrice del Cern, Fabiola Gianotti, la sindaca di Lampedusa, Giusi Nicolini, e la curatrice del dipartimento di Architettura e Design del Moma, Paola Antonelli. Queste tre donne, però, non sono state bersagliate dagli webeti quanto Bebe e Agnese. Evidentemente, per l’odiatore di professione essere direttrici del Cern, sindaci o curatrici del Moma non rappresenta un chiaro esempio di successo.

Ma soprattutto, la “colpa” di Bebe è stata quella di aver mostrato, proprio sui social network, tutta la sua genuina felicità per essere stata scelta come simbolo del successo tricolore. Una gioia quasi bambina, declinata con un po’ di foto delle prove dell’abito di Dior comprato apposta, e arricchita da tutta l’intelligenza e l’autoironia che questa donna volitiva sa mettere in campo; indimenticato il suo tweet che annunciava di aver preparato la valigia e di averci messo dentro anche “le gambe col tacco”. Detto da una ragazza di diciannove anni che ha perso gambe e avambracci a 11 anni per una meningite fulminante, dovete ammettere, non è male.

Agnese Landini ha anzitutto il difetto di lavorare e di non limitarsi a fare la bella statuina nelle cene di Stato: è insegnante part-time di scuola pubblica. Sono così comparse varie lettere o post di professoresse che, pensando di dire una cosa intelligente o sarcastica, si chiedevano come mai lei, la moglie di Renzi – spesso dileggiata da altre donne per il suo aspetto fisico con attacchi sessisti e transfobici che l’associano a “Vladimiro Guadagno” – avesse potuto assentarsi dal lavoro a scuola per seguire il marito nel viaggio di Stato (sic!). Una domanda retorica che ostenta non solo mancanza di senso del reale (e del ridicolo) ma anche una profonda ignoranza del proprio contratto collettivo di lavoro, che infatti prevede – per tutti – 3 giorni di permesso retribuito all’anno per questioni personali o di famiglia, più 6 giorni di ferie.

C’è però chi ha fatto di peggio, come l’insegnante in pensione Maria Grazia Galimberti, che su Orizzonte Scuola ha addirittura scritto una lettera aperta alla First Lady, naturalmente dandole del tu, perché lei può. Una lettera che trasuda invidia sociale e un falso moralismo ignorante, condito da una paternale ipocrita che sottende l’idea di buttare nel cesso anni e anni di lotte sindacali sui permessi dal lavoro, a meno che l’autrice ne ignori del tutto l’esistenza. Eh no, cara Agnese, te lo dice la Galimberti, che siccome è in pensione può darti lezioni di vita, di etica e perfino d’etichetta diplomatica: tu a Michelle che ti ha invitata a rappresentare la Repubblica italiana alla Casa Bianca avresti dovuto rispondere: “Mi dispiace ma c’ho il consiglio di classe.” “Mi sarebbe tanto piaciuto, ma in terza c’abbiamo la lotta per le investiture“. Il tutto essendo vestita “coi soliti jeans e le scarpe da tennis“, come dice la saggia Galimberti, sia mai che a scuola l’Agnese c’andasse in gonna o, apriti cielo, tailleur: ti prenderesti troppo sul serio, amica.

Non starò a soffermarmi su quanto Agnese Landini non sia proprio una prof come tutte le altre, nel momento che ricopre anche l’incarico di First Lady. E’ che rimango basito dalla concezione della scuola di gente come Galimberti: ma vi immaginate quanto saranno contenti gli studenti della prof Landini, al suo ritorno? Potranno chiedere l’impressione che le han fatto Obama e Michelle di persona. Sapere come se l’è cavata con l’inglese, parlato senza traduttori ma sempre in disparte, probabilmente perché di livello migliore rispetto al marito. Domandare com’è fatta dentro e fuori la Casa Bianca. Cose così, insomma, perché a scuola gli insegnanti non devono mica leggere il libro: possono insegnare attraverso tutta la loro persona e le loro esperienze di adulti nel mondo d’oggi. Possibile mai che un’insegnante in pensione non immagini una cosa così banale?