E’ morta di obiezione di coscienza Valentina Milluzzo? La Procura della Repubblica accerterà se sia stata immolata sull’ara del fanatismo religioso, per l’arroganza di chi gioca a fare Dio con la vita delle donne che ricorrono alle strutture ospedaliere per ricevere assistenza, cure e uscirne vive. Valentina aveva 32 anni ed era incinta di due gemelli, al quinto mese di una gravidanza avuta grazie alla fecondazione assistita. Il 29 settembre era stata ricoverata per una dilatazione all’utero, per 15 giorni la situazione resta stabile poi precipita, arrivano dolori lancinanti e la febbre alta. Valentina chiede aiuto, collassa, la febbre sale ma il ginecologo che la assiste, dichiarano nell’esposto i familiari, non interviene perché sente ancora il battito cardiaco del feto: dice che è un obiettore di coscienza. Se le cose fossero andate così, ci troveremmo di fronte ad un fatto gravissimo, alla scellerata omissione di assistenza di un medico posseduto da furia ideologica, delirio di onnipotenza.

Valentina Milluzzo sarebbe morta, in questo caso, come Savita Halappanavar, una donna indiana che giunse alla clinica Galway University di Dublino, con forti dolori addominali e la febbre alta ma venne lasciata morire di setticemia. La legge irlandese permette l’aborto solo in caso di imminente pericolo di vita della madre e i medici irlandesi attesero tre giorni fino a che non si sentì più il battito cardiaco del feto. Savita morì di sepsi a trentun anni. Ma l’Italia non dovrebbe essere l’Irlanda. Nel nostro Paese, 40 anni fa si decise con un referendum popolare che le donne avevano diritto all’autodeterminazione, a non morire di aborto clandestino, ad essere assistite per un aborto.

Ora l’ospedale Cannizzaro di Catania declina responsabilità, cita altri decessi di donne accaduti in altri ospedali italiani. Si spera davvero che la Procura accerti se ci sono colpe del personale medico. Esiste il grandissimo rischio che si accetti il travalicamento dell’obiezione di coscienza ben oltre il significato che gli aveva dato la legge 194. La mancanza di un tetto ha già tramutato l’obiezione di coscienza dei singoli, in obiezione di intere strutture (al Cannizzaro sono tutti obiettori di coscienza) ma le cose potrebbero peggiorare. Potremmo trovarci di fronte ad un escalation di integralismo con obiettori che si arrogano il diritto di applicare la loro legge, quella che vorrebbero fosse vigente in Italia al posto della 194. Non dobbiamo permetterlo.

Già sotto attacco da anni, la 194 è stata svuotata dall’obiezione e costringe le donne al pendolarismo per motivi di aborto. Questo avviene non a caso, per le donne di altri due Paesi cattolici, l’Irlanda e la Polonia che affrontano viaggi in Inghilterra e in Germania per abortire.

La situazione italiana è denunciata da anni: dal movimento delle donne, da gruppi che difendono l’applicazione della 194, dalla Laiga, dalla Cgil.  Sono stati presentati ricorsi al Comitato Europeo del Consiglio d’Europa senza che i parlamenti e i governi che si sono succeduti abbiano mai deciso di intervenire. La ministra per la salute, Beatrice Lorenzin, è tutta presa, senza alcun senso del ridicolo, dalle cartoline propaganda sul Fertility Day. Oltre la propaganda il nulla. Nessun intervento da parte del suo ministero per tutelare la salute delle donne che si rivolgono alle strutture ospedaliere per le Ivg. Ora ci sarà il solito rito dell’invio degli ispettori ministeriali, già.

Gli ispettori vanno ma nel nostro Paese sono già avvenuti fatti gravissimi, denunciati più volte che hanno messo a rischio la vita delle donne per non parlare del clima di ostilità talebana da parte di ginecologi e paramedici che umiliano le donne lasciate anche ore su lettini con il feto espulso tra le gambe, senza che nessuno arrivi ad assisterle. Laura Fiore ha lasciato una toccante denuncia in Abortire tra obiettori di cosa accade negli ospedali italiani alle donne che si sottopongono ad Ivg.

Nel marzo del 2014 al Pertini di Roma una donna, Valentina Magnanti, dopo essere rimasta incinta scopre una malformazione al feto, decide di abortire, ma c’è il cambio turno, non sono presenti medici non obiettori,  resta senza assistenza e abortisce nel bagno assistita  dal suo compagno. Nel 2010 a Pordenone, una donna dopo una Ivg, rischia di morire con un’emorragia. La ginecologa in una sorta di delirio punitivo nei confronti della paziente, si rifiuta di intervenire nonostante l’aborto sia stato già praticato. Interviene il primario che salva la vita della donna. La ginecologa viene denunciata e condannata dalla sesta sezione della Corte Penale della Cassazione ad un anno di reclusione. Per fortuna non potrà più esercitare la professione medica.

Quando si arriverà a mettere la parola fine a questa guerra misogina contro le donne? Le denunce ci sono, il problema della riemersione dell’aborto clandestino anche, eppure nulla si muove. Siamo il Paese dei muri di gomma, dell’ignavia, dell’omertà, delle menzogne. In questo Paese puoi batterti una vita per le porcate commesse o permesse dallo Stato in danno di cittadini e cittadine senza che dopo il clamore, o nonostante il clamore mediatico, nulla accada. E’ la palude dell’incoscienza e dell’immobilismo, dell’assenza di passione.

Ora l’ospedale Cannizzaro contraddice le dichiarazioni dei famigliari di Valentina Milluzzo e sostiene che non ci sia stata negligenza. Avvenne così anche per Valentina Magnanti che al Pertini abortì in bagno senza assistenza. L’Ausl sostenne che fu solo un disguido causato da un cambio turno.

Eppure una abortì in un bagno, senza assistenza, l’altra è morta di setticemia e i familiari puntano il dito contro l’obiezione di coscienza.

@nadiesdaa