Sono un mucchietto di ossa storte.

No dai, non dire così!

Guarda, secondo me il creatore ha giocato con le mie ossa come si fa con i bastoncini dello Shanghai.

E dai! Non essere così crudele con te stesso!

Non sono crudele, ironizzo.

E si può ironizzare su certe condizioni fisiche?

Certo. L’autoironia è importante. Sapersi prendere in giro è un’ottima arma per combattere le difficoltà.

E se lo fanno gli altri ne tuoi confronti?

Si può fare. Non siamo dei panda protetti dal Wwf. Si può scherzare sulla disabilità. Ironizzare. Certo, si deve fare con intelligenza, perché tra ironizzare e offendere il passo può essere breve e frainteso. C’è un esempio chiaro in questi giorni ed è lo spot a favore delle donazioni alle famiglie con Atrofia muscolare spinale (Sma) e alla ricerca realizzato con Checco Zalone.

È una presa in giro certamente leggera e favorita dal personaggio conosciuto per il suo modo spesso sarcastico nell’affrontare temi delicati. Lo spettatore, conoscendo l’attore e comico, si aspetta questo da lui e il risultato è nel suo stile. Irriverente ma in modo intelligente. Nulla di nuovo riferito al personaggio, ma certamente qualcosa di diverso nell’ambito dello stile di questo genere di spot.

Quando si tratta di donazioni spesso si fa leva sull’emozioni: ad esempio l’immagine di un bambino gravemente malato o dei genitori che ne vivono quotidianamente le drammatiche conseguenze, delle lotte e delle paure che padri e madri devono affrontare, spesso in totale solitudine. Tutte realtà concrete e certamente dolorose. Tuttavia, andare a ricercare nello spettatore una sorta di pietismo pubblico, alla fine può produrre un effetto contrario, andando a creare atteggiamenti errati nei confronti delle persone con disabilità che diventano quasi intoccabili.

Proteggere i più deboli è un obbligo civile. Ma proteggere non significa metterli sotto una campana di vetro. Il messaggio è errato e pericoloso. Le immagini, le parole, gli spot o gli slogan non basta siano legati ad argomenti importanti, devono essere seriamente pensati tenendo conto dell’impatto e del messaggio che ne può scaturire.

È recente la pessima figura del ministro della Salute Beatrice Lorenzin con il Fertility Day. Una serie maldestra di slogan e immagini che comunicavano tutto tranne ciò che si prefiggeva la Lorenzin, sempre che lei stessa sapesse cosa dire.

Non voglio neanche semplificare le cose. Lo spot perfetto non esiste. Il messaggio univoco neanche. Ci sarà sempre qualcuno che capisce e percepisce in modo contrapposto. Certo, se poi il tuo messaggio viene attaccato da migliaia di persone magari una domanda te la puoi anche fare.

Sorridi, non fa male.