Scappano da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche, fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza locali. Distrutte da catastrofi naturali, ma anche da stravolgimenti indotti dall’uomo. Si chiamano ‘rifugiati ambientali’ e, a differenza dei profughi che arrivano dalle zone di guerra, non possono chiedere asilo politico e non hanno diritti. E benché l’attenzione internazionale si sia concentrata sulle centinaia di migliaia di persone che rischiano la vita per raggiungere le coste europee, le migrazioni ambientali sono in realtà per la stragrande maggioranza migrazioni interne. Secondo un rapporto presentato dall’Internal Displacement Monitoring Centre, nel 2015 i cosiddetti ‘sfollati interni’ sono stati 27,8 milioni (in 127 Paesi), costretti ad abbandonare la propria casa per catastrofi naturali, conflitti, violenze. Anche contro la loro volontà. Si tratta di 66mila persone al giorno. Se ne è parlato in un convegno internazionale che si è svolto a Milano, intitolato ‘Il secolo dei rifugiati ambientali?’ e organizzato dall’eurodeputata Barbara Spinelli e dal gruppo Gue/Ngl, nel corso del quale scienziati, politici, medici, attivisti hanno confrontato analisi, proposte e politiche. Tra le cause che portano a conflitti e disastri ambientali, però, ci sono anche i fenomeni del land grabbing e del water grabbing (accaparramento di terra e acqua), i processi di ‘villaggizzazione’ forzata (che negli anni Ottanta hanno causato in Etiopia un milione di morti per carestia), e poi inquinamento, smaltimento intensivo di rifiuti tossici, scorie radioattive da bombardamenti. Anche l’Italia fa la sua parte “contribuendo a sottrarre terre e risorse ai popoli più poveri del mondo, proprio mentre il presidente del Consiglio Matteo Renzi parla di un piano per l’Africa, la stessa che multinazionali ed Europa continuano a sfruttare” sottolinea Vittorio Agnoletto, membro del consiglio internazionale del Forum Sociale Mondiale e fondatore della Lega italiana per la lotta contro l’Aids. L’Italia come tanti Paesi europei, complici delle multinazionali dello sfruttamento delle terre, tutt’altro che tutelate da governi locali spesso corrotti.

I DATI E LE PREVISIONI FUTURE – La principale differenza tra sfollati interni e rifugiati è che gli sfollati interni rimangono entro i confini del proprio Stato, mentre i rifugiati cercano protezione in un altro Paese. Ma cosa c’è alla base dei 27,8 milioni di sfollati interni del 2015? Guerre e violenze per 8,6 milioni di profughi, disastri ambientali per 19,2 milioni sparsi in 113 Paesi. Il Norwegian Refugee Council spiega che “nel corso degli ultimi 8 anni è stato registrato un totale di 203,4 milioni di spostamenti collegati ai disastri”. Come negli anni precedenti è stata l’Asia meridionale ed orientale ad essere la più colpita. In testa India (3,7 milioni di sfollati), Cina (3,6 milioni) e Nepal (2,6 milioni). Nel 2008-2014 hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni 157 milioni di profughi: circa un terzo della popolazione dell’Ue. L’Emergency events data base del Cred (Centre for research on the epidemiology of disaster) riporta che negli ultimi 20 anni sono state distrutte da catastrofi climatiche 87 milioni di case. Secondo un dossier di Legambiente, il numero dei profughi ambientali nel 2015 ha superato quello dei profughi di guerra. E c’è di peggio: “L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – ricorda Barbara Spinelli – ha dichiarato che entro il 2050 si raggiungeranno i 200-250 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare il proprio paese”.

ESPROPRIAZIONI DI TERRE E RISORSE – Ma non sempre è facile distinguere le migrazioni causate da calamità naturali, da quelle che hanno alla base da mutamenti ambientali indotti dall’uomo. Alla desertificazione, all’innalzamento dei livelli delle acque, all’inaridimento del suolo si aggiungono altri fenomeni: land grabbing, sfruttamento e l’avvelenamento del suolo e delle acque causato dalla tossicità delle industrie agricola, mineraria e manifatturiera, oltre che dai bombardamenti con sostanze chimiche e radioattive. È possibile fare marcia indietro? Grammenos Mastrojeni, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo, diplomatico e autore del libro L’Arca di Noè edito da Chiare Lettere è sicuro di sì, se si utilizzerà un approccio di cooperazione allo sviluppo ecostostenibile e di tutela dell’ambiente. “Le soluzioni ci sono – spiega Mastrojeni – e noi abbiamo iniziato a metterle in pratica con progetti in Senegal e Burkina Faso. Oggi si perdono 12 milioni di ettari di terreno all’anno “ma recuperare un ettaro di terreno nelle zone di emergenza costa 120 dollari”. Secondo il diplomatico sono diversi i vantaggi del recupero dei terreni, soprattutto se consegnati alla piccola agricoltura familiare. “Si crea un pozzo di carbonio – commenta – si protegge la biodiversità, si mantengono le capacità produttive di quella terra, oltre a creare reddito e lavoro per quelli che oggi sono costretti a migrare”.

GUERRE E DEVASTAZIONE AMBIENTALE – La realtà attuale è però diversa. Tanto che dal dopoguerra a oggi bel 111 conflitti nel mondo sono da imputarsi a cause ambientali. Nel 2015 sono stati il Medio Oriente e il Nord Africa ad aver sostenuto gran parte del peso delle guerre, con 4,8 milioni di sfollati. Siria, Yemen e Iraq, da soli hanno rappresentato più della metà di tutti i nuovi sfollati interni da conflitto nel mondo. “Non è un caso se la maggior parte degli sfollati è in Africa, il continente più colpito dagli effetti dei cambiamenti climatici pur non essendo il maggior colpevole” ha spiegato Barbara Spinelli, ricordando che dal 2006 al 2010 quasi un milione e mezzo di siriani ha perso i mezzi di sussistenza ed è stato sfollato. Eppure né la Convenzioni di Ginevra né il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status di chi fugge a causa di catastrofi ambientali nelle rispettive politiche migratorie nazionali. E la Commissione europea con il cosiddetto ‘approccio hotspot’, istituisce due categorie di migranti, i profughi di guerra (che hanno diritto di chiedere protezione internazionale) e i migranti economici (da rimpatriare), alla stregua dei quali sono considerati anche i rifugiati ambientali, pur fuggendo da condizioni invivibili.

LE RESPONSABILITÀ INTERNAZIONALI – E se Francesca Casella, direttrice per l’Italia di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni sottolinea che “in Etiopia è in corso un violento accaparramento di terra che sta sfrattando le tribù della bassa Valle dell’Omo dalle terre ancestrali” riducendo migliaia di persone alla fame e alla disperazione, Vittorio Agnoletto racconta ciò che avviene in giro per il mondo “in nome dello sviluppo” e della modernità. Dietro cui ci sono (neppure troppo celati) gli interessi economici di Paesi, multinazionali e, spesso, di governi locali corrotti. L’Europa fa la sua parte. E anche l’Italia. Ad esempio con gli Accordi di partenariato economico (Epa) con cui si chiede ai Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) di eliminare tutti i dazi all’entrata di merci, prodotti agricoli e servizi europei. Gli effetti economici sui Paesi africani? In Burundi è stata calcolata in un anno la perdita complessiva di 20 milioni di dollari, che per il Niger è di 24 milioni. Poi c’è la questione della terra, degli ettari acquistati (spesso per la richiesta di bio-combustibili dall’Europa) e sottratti all’agricoltura. Tra le nazioni coinvolte c’è anche l’Italia che partecipa all’operazione con quasi un milione di ettari, principalmente in Africa. Cosa accade in quelle terre? “Il terreno acquistato che non produce più cibo rappresenta il 44% del totale”. Ne conseguono abbandono e migrazioni. “Così – conclude – ci occupiamo di Africa, prestando il fianco alle multinazionali”.