Le minacce espresse a Bratislava dallo scellerato gruppo di Visegrad, composto oltre che dall’Ungheria da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, costituiscono lo squallido contraccolpo all’Europa da parte di Orban e compagni in risposta, probabilmente, a chi lo aveva a ragione definito uno che tratta coloro che fuggono da guerre e persecuzioni peggio di animali selvatici.

Certo, sorprende che le parole coraggiose sulla condotta dell’Ungheria in materia di profughi vengano dal ministro degli Esteri lussemburghese, Jean Asselborn, piuttosto che da un esponente del governo comunitario. Il dovere di ammonire l’Ungheria sarebbe spettato ad altri ma ça va sans dire, quando qualcuno abdica al proprio ruolo o lo interpreta in maniera debole, c’è sempre chi è pronto a sostituirlo e a fare la voce grossa. Quando ho letto quelle dichiarazioni ho esclamato: “Finalmente”. Forse l’Europa non è ancora morta, forse.

Il continente che è storicamente alfiere del rispetto dei diritti umani nel mondo, non può accettare che condotte come quella dell’attuale governo ungherese abbiano luogo al suo interno in un momento in cui l’emergenza profughi minaccia la sopravvivenza stessa dell’idea di Europa se non si affronta con spirito di solidarietà e di condivisione.

La “contro-rivoluzione culturale europea” a guida Orban-Kaczynski è in realtà un ritorno al passato presentato sotto mentite spoglie, che mira a promuovere un’Unione più intergovernativa e meno federale. Si tratta di un tentativo, in sostanza, di “rinazionalizzare le politiche europee” come ha giustamente detto Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo. Non ci vengano a parlare di progetto per l’Europa. Essi vengono a noi come lupi travestiti da agnelli.

Non c’è però atteggiamento più grave dell’immobilismo dei vertici comunitari nei confronti delle minacce di questo fronte dell’Est che invece di godere dei privilegi di uno status che solo l’appartenenza all’Unione europea gli ha garantito – pensiamo, ad esempio, al caso della Polonia che è il maggiore beneficiario degli investimenti europei per la coesione nell’attuale settennato – tentano di sabotarne il processo di integrazione calpestandone i valori fondamentali per motivi prettamente interni.

Non che in materia di immigrazione, dossier caldo di questi mesi, l’Europa non abbia le sue colpe, anzi tutt’altro. La formula della tanto declamata responsabilità dell’accoglienza ha bisogno di essere tradotta in realpolitik.

Basti pensare all’impegno sulle ricollocazioni dei richiedenti asilo. Su 160.000 trasferimenti previsti in due anni, al momento ne sono stati effettuati meno di 5000. Caduti nel vuoto finora, purtroppo, sembrano i molteplici appelli del governo italiano per un maggiore impegno europeo sui rimpatri.

Sconsolante è la prospettiva attuale dell’arenamento della proposta di revisione del Regolamento di Dublino da parte della Commissione. Non parliamo poi dell’annunciato muro che sorgerà a Calais per mano inglese, del tetto sui richiedenti asilo in Austria, del moltiplicarsi di rinnovati controlli alle frontiere interne, come al Brennero e via dicendo. Si moltiplicano i preoccupanti segnali di chiusura e isolamento da parte degli Stati membri che invece di fare quadrato attorno all’emergenza sembrano inneggiare al motto: “Ognun per sé e Dio per tutti.”

Nonostante questo, se ci fosse la volontà politica, le soluzioni per gestire adeguatamente e intelligentemente quest’emergenza si troverebbero. Occorrerebbe però superare gli egoismi di alcuni Stati membri chiarendo che l’uscita dall’Unione europea è un’opzione, seppur remota, sul tavolo. Non si può pensare di godere dei vantaggi che implica l’appartenenza a quest’Unione non rispettando le decisioni approvate con i meccanismi che essa prevede. Forse, sarebbe l’ora che qualcuno in Europa mettesse gli zebedei sul tavolo delle trattative. Attendiamo Roma fiduciosamente.