Umberto Bossi oggi compie 75 anni. Ha legato la sua vita a una sola cosa: la Lega Nord, il figlio che gli è riuscito meglio, va detto. Dispiace che proprio in questi giorni il movimento abbia mostrato i suoi ultimi vagiti di vita. I tre giorni appena conclusi di raduno a Pontida hanno purtroppo evidenziato tutti i limiti della guida di Matteo Salvini. E lasciato un’unica certezza, anche tra i militanti sul sacro prato: non c’è nulla all’orizzonte.

Il leader in felpa non sa dove andare. È solo slogan, senza neanche più la ruspa. E solo slogan vuoti. Privi di prospettiva, concretezza, maturità. Come si fa ad andare a cercare i voti in Sicilia e poi tornare a inneggiare all’indipendenza del Nord? Salvini sembra finito. Ha deciso di non candidarsi sindaco di Milano la scorsa primavera per timore che qualcuno gli sfilasse la leadership del Carroccio. Ma non ha pensato a come legittimarsi nel tempo a capo del movimento. A Pontida ha scandito il requiem della sua Lega. Ed è un peccato.

Certo, il declino è iniziato con i guai della famiglia Bossi, i diamanti in Tanzania di Francesco Belsito e la laurea del Trota in Albania. Ma se non ci fosse stato un gruppo di politici delle seconde file bramoso di potere – per poi rivelarsi totalmente inadatto – Bossi sarebbe rimasto lì. E, col senno di poi, sarebbe stato meglio, molto meglio. Quegli stessi politici che hanno alimentato le polemiche per sfilargli le chiavi di casa (sua, fra l’altro) avrebbero potuto stringersi attorno al Capo e proteggerlo capendo che cosi avrebbero protetto anche loro stessi. Invece l’hanno fatto fuori per sostituirlo con Roberto Maroni. Che in 18 mesi da segretario ha usato il partito (le casse soprattutto) per la campagna elettorale personale a governatore della Lombardia, vincendo solo grazie a Forza Italia e Roberto Formigoni, e trascinando la Lega ai minimi storici. Poi è stata la volta di Salvini. Che ha ereditato, va detto, una situazione disperata. Ha licenziato tutti i dipendenti, chiuso il giornale, azzerato ogni costo. E s’è buttato al sud e in tv. Ma la spinta è durata poco. Una stagione televisiva di polemiche populiste sugli immigrati, centri sociali e altre baggianate. Contenuti zero. Il commento sulla scomparsa di Carlo Azeglio Ciampi pochi giorni fa è stato un epitaffio. Per Salvini. Ormai ridotto a meteora.

Perché sia così rapidamente finito nell’oblio è a mio avviso semplice. Non è cresciuto politicamente, si è sempre limitato ai soliti slogan, al presunto celodurismo, al notuttono. Ma ha sempre avuto spazio e voce perché era indicato (e ritenuto) come possibile leader dell’opposizione di centrodestra. È bastato che Silvio Berlusconi investisse Stefano Parisi (seppur perdente alle amministrative milanesi) per spostare subito i riflettori su di lui. Con profonda soddisfazione da parte degli organi di stampa, fra l’altro. Basta leggere il Corriere della Sera delle ultime settimane per comprendere a pieno quale e quanto bisogno ci fosse di un esponente di centrodestra con sembianze umane, capace di dialogare, confrontarsi con toni pacati e insomma presentabile. Perché le felpe e la ruspa, gli insulti e le boutade populiste, stancano. E così finisce un movimento creato dal nulla da un signore stravagante che non aveva voglia di lavorare, che mentiva a famiglia e moglie (disse di essersi laureato in medicina e finse pure per mesi di andare a lavorare), un po’ cialtrone ma dotato di uno straordinario genio politico.

La Lega di Bossi, piaccia o no, ha segnato la storia del Paese perché ha mostrato una parte della realtà dell’Italia. Ha dato voce a istanze concrete e necessità reali di milioni di cittadini che si sentivano (e sentono ancora oggi) oppressi dallo Stato centrale e centralista. Dopo Tangentopoli la Lega è stato l’unico partito tradizionale nell’accezione scientifica del termine, cioè dotato di valori condivisi da una base elettorale che si riconosceva in determinati simboli e specifiche istanze.

Io ho avuto la fortuna di seguire per anni Bossi e la vera Lega. E il Senatur era un genio, è innegabile. Anche dopo la malattia. Ho avuto il privilegio di ritrovarmi tra i pochi giornalisti accolti al suo tavolo nelle infinite notti scandite da coca cola e sigari Garibaldi negli alberghi in cui alloggiava in giro per il Nord negli anni in cui era al governo. Ce ne sarebbero una infinità di cose da raccontare di Bossi e di quel suo innato, inconscio, naturale genio per la politica e la sua Lega. E ancora ieri a Pontida ha provato a rimettere la barra a dritta, a parlare onestamente con il suo popolo riunito sotto il palco e non dandogli solo slogan ripetitivi e vuoti, ma coinvolgendoli. Perché la Lega era una famiglia.

Ma Salvini non ha capito e gli ha risposto con spocchia, rinfacciando al Capo i diamanti, Belsito, il Trota. E trattando i militanti come menti vuote. “Non saremo più servi di nessuno”, gli ha saputo dire. Dovrebbe andare da Bossi o da alcuni bravi parlamentari (e ce ne sono) della Lega a chiedere consiglio, confrontarsi, parlare. Perché se continua cosi gli toccherà a breve provare il brivido di cercarsi il primo impiego. Chissà, per lui che non hai mai lavorato in vita sua, questo potrebbe essere uno stimolo. Povera Lega.