Dopo la prevedibile istituzionalità del confronto bolognese tra Matteo Renzi e il presidente Anpi Carlo Smuraglia, il dibattito sul referendum costituzionale (tuttora con data secretata) avrebbe dovuto entrare in una fase decisamente più battagliera nel round romano tra Massimo D’Alema e Roberto Giachetti.

Eppure così non è stato, visto che lo stato d’animo prevalente nell’annunciata ordalia stingeva semmai sul melanconico. E non solo perché il presunto campione renziano, con quell’aria da crisantemo novembrino ingrigito dalla barba di tre giorni, trasmette l’entusiasmo di un cane bastonato (o di un candidato sindaco di Roma che si farebbe sconfiggere perfino dal fantasmino di una praticante dello studio Previti ogni volta si presentasse). Ma anche il più scafato contraddittore del lugubre personaggio concorreva abbondantemente a creare un clima depressivo: l’antico “leader maximo” che ora assomiglia sempre di più alla Gloria Swanson de il Viale del Tramonto. E lui stesso – nonostante l’inveterata autostima che lo contraddistingue – sembrava rendersene conto, lasciando cadere le piccole provocazioni studiate a tavolino del tesissimo Giachetti; rinunciando perfino al suo celebre sarcasmo per adottare un tono didattico da sopravvissuto della politica al tempo del bianco e nero.

Spiacente: non condivido l’entusiasmo per il ritorno sulla scena dell’antico figiciotto D’Alema, che se non altro conosce tempi e sintassi del confronto pubblico ignoti agli attuali mestieranti del battutismo comunicativo. Apprezzamento, a seguito della sua performance alla festa dell’Unità di Catania, manifestatomi da amici i quali ne avevano detestato l’ultra-cinismo al birignao già prima della catastrofica Bicamerale.

Insomma, nel reduce da mille battaglie appariva un tratto dolente, forse rendendosi conto che il peso degli anni e di mille giravolte nella lunga carriera di partito l’hanno non solo zavorrato, ma ne hanno minato la credibilità. Perché non era il lunare Giachetti a creargli problemi con il patetico trucchetto dell’interruzione “mi sembri in difficoltà”, gag adottata ormai da tutti i frequentatori di talk di quart’ordine dopo che era stata messa a punto dagli spin doctor di Nicolas Sarkozy per il suo confronto televisivo con Ségolène Royal.

Era l’evidenza non più eludibile che i sacrosanti addebiti al devastante controriformismo di Renzi sono riproponibili pari pari anche nei suoi confronti. Al di là di stile e lessico (scuola Frattocchie e togliattiana per l’uno, di chiara matrice berlusconiana e postdemocratica per l’altro) il disegno complessivo è comune ad entrambi. Semmai l’unico tratto differente è la perdurante collocazione formale di D’Alema nel campo della sinistra, contro l’ecumenismo di matrice democristiana con innesti di populismo in salsa NeoLib/NeoCon per Renzi. Per il resto dato prevalente è la specularità: il blairismo dell’imporre politiche conservatrici a un partito di antica tradizione progressista; la spregiudicatezza nell’interlocuzione con Berlusconi; il concepire la politica come un ascensore per la propria carriera, con relativa esibizione di status symbol; la spietatezza.

Insomma, il Matteo Renzi, dato per figlioccio berlusconiano, ha in Massimo D’Alema il più lampante dei battistrada.

Questo per dire che la sacrosanta battaglia per il “No” ancora una volta rischia a causa dei portavoce delle sue ragioni, che si sono attribuiti tale titolo e ruolo. Un regalo per il premier in difficoltà che in questi anni ha inanellato successi strumentalizzando contraddizioni reali del vecchio ceto politico e tirando per le loro lunghissime code di paglia vecchi furbastri incanagliti, che così danno credito all’inesistente volontà palingenetica del giovane furbacchione, intenzionato soltanto a sostituirli nelle posizioni di potere. Sicché affidare al D’Alema di (troppo) lungo corso un ruolo di punta nella battaglia referendaria può rivelarsi un insperato regalo al “Sì”. Un autogol.