Quando l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, morto oggi a Roma a 95 anni, fu ricoverato in gravi condizioni nell’estate del 2014, ilfattoquotidiano.it chiese un pezzo che facesse un ritratto dell’ex capo dello Stato a Emiliano Liuzzi, livornese, che aveva seguito le visite del presidente nella sua città, lo aveva conosciuto e intervistato. Questo è il ricordo scritto due anni fa dal nostro collega scomparso nell’aprile 2016.

Presidente del consiglio e della Repubblica per senso dello Stato, ma la vocazione gli diceva che avrebbe dovuto insegnare. Severo lo era, ma sempre con quell’aria un po’ così, come una libecciata, nascosto dietro a sopracciglia molto grandi e gli occhi limpidi come l’orizzonte. Per capire cosa pensasse dovevi guardargli le sopracciglia. Il libeccio, un vento che Ciampi, uomo di scoglio, seppur mai ruvido, conosceva bene: le sue radici erano Livorno, a Livorno aveva studiato fino alla terza liceo e in quel liceo, il Niccolini e Guerrazzi, era tornato da insegnante, quella che ha sempre confidato come l’unica grande passione.

La politica lo interessava, ma non troppo: dopo la tessera del Partito d’Azione, rimase ai lati del campo. Altra grande passione, era il calcio. Il Livorno, in particolare. Potevi chiedergli le squadre a memoria, e le sapeva. “Ero abbonato”, mi disse una volta. “In gradinata, ovviamente”. Il Livorno era tornato in serie A e al Quirinale, guai a disturbarlo la domenica. Non ne voleva sapere. La partita poteva cambiargli l’umore. Tanto che alla fine allo stadio tornò, da spettatore, questa volta in tribuna d’onore: Livorno-Chievo, finì con uno zero a uno non meritato. “Non vengo più”, disse. Perché da buon tifoso era anche scaramantico.

Era così, l’uomo. Molto schietto, senza essere arrogante. Mai sopra le righe. Mica era uscito dal convento. Ai gesuiti aveva studiato, ma dai gesuiti aveva anche imparato l’equilibrio, amici o nemici che fossero. Non ne trovò molti di nemici quando fu scelto come presidente della Repubblica. Si disse allora che il grande tessitore fu Massimo D’Alema e, nelle retrovie, Romano Prodi. In realtà Ciampi era l’unica persona che in quel momento potesse ereditare il ruolo che era stato di Oscar Luigi Scalfaro. Per trasparenza, lungimiranza e, soprattutto, equilibrio. L’accordo politico fu abbastanza facile e, il 18 maggio 1999, divenne il secondo presidente della Repubblica, dopo Luigi Einaudi, ad aver ricoperto anche il ruolo di governatore della Banca d’Italia. E fu presidente amato, amatissimo. Come lo era stato in passato Sandro Pertini: gli indici di gradimento, ma anche le piazze delle città che visitava, non gli hanno mai voltato le spalle. Mai un fischio, una mezza contestazione, come avverrà per il suo successore, e più di una volta, Giorgio Napolitano.

Fu un tecnico di pronto intervento”, come ha scritto Marco Travaglio, “che nel 1993 è divenuto premier e ha salvato per pochi mesi la reputazione della politica screditata da Tangentopoli e da Mafiopoli; e che nel 1996-’98, come ministro del Tesoro del primo governo Prodi, ha salvato il Paese dalla deriva verso il Terzo Mondo, agganciandola miracolosamente all’Europa della moneta unica”.

Era quell’Italia che, uscita da Tangentopoli politicamente a pezzi e sull’orlo del collasso finanziario, rischiò il golpe. Il 27 luglio 1993, Ciampi premier, la bomba a Milano, in via Palestro. Lui telefona al suo consigliere, Andrea Manzella, e mentre lo informava sull’attentato a Milano udirono in diretta il boato dell’esplosione a San Giorgio al Velabro, a Roma. La comunicazione si interruppe, Ciampi cercò di richiamare e non riuscì: “Ebbi paura che fossimo a un passo dal colpo di stato”, disse anni dopo Ciampi. Era convinto che non furono solo stragi di mafia ma che vi fu la partecipazione di settori deviati dello Stato.

Lui tenne duro. La porta del Quirinale a quel punto diventò un arrivo quasi scontato. Anche se, ovviamente, e in misura minore, si prese del comunista mascherato da quelli della banda di Arcore, quando il presidente Ciampi, nel 1999, iniziò a rispedire al mittente leggi che sarebbero state incostituzionali, quella sulla tv (la famosa Gasparri) e contro la giustizia (la Castelli sull’ordinamento giudiziario e la Pecorella che abolisce l’appello contro le assoluzioni). E’ costretto, in qualche modo, a firmare quell’obrobrio che è la Bossi-Fini. Il centrodestra ormai è in guerra aperta, lo minacciano di dossier e lui, dal Quirinale, non si arrende. Lo affronta a viso aperto il nemico berlusconiano, al quale comunque, dopo un governo di transizione guidato dal solito Giuliano Amato, sarà costretto a dare l’incarico a giugno del 2001 e nell’aprile del 2005.

Eccessi, anche da presidente, non ne ha mai avuti. Lo mal digerivano i suoi uomini di scorta. Una volta a Livorno, mentre passeggiava sul lungomare e io che gli sgambettavo a debita distanza da cronista, mi disse uno di quelli che lo seguivano come un’ombra: “Voi giornalisti vi divertite, ma per non è facile. Soprattutto quando viene qui, a Livorno. Chiede che la macchina si fermi e prosegue a piedi. No, non è renderci facile il lavoro”. Sempre a Livorno chiedeva il cacciucco allo chef Beppino Mancini, titolare della Barcarola, il cuoco delle origini del Ciampi presidente. Sempre durante una visita a Livorno lo fermai proprio all’uscita del ristorante. Si mise a chiedere del Livorno. “Protti è il miglior giocatore che abbiamo, dobbiamo tenercelo stretto”. Poi riprese a parlare della formazione che venne scippata di uno scudetto dal Torino. “C’ero, accidenti se me lo ricordo”. E ancora: “Lei non ha idea durante la guerra di quante volte sono finito a dormire nei giardinetti davanti alla stazione. Io studiavo a Pisa e a quei tempi, con la famiglia, eravamo sfollati a Castiglioncello, da quelle parti, comunque. E io regolarmente perdevo il treno e finivo a dormire ai giardinetti”. No, diciamo che nessun presidente della Repubblica poteva aprirsi a ricordi del genere. Ma quella era la sua città, il Tirreno, giornale dove lavoravo allora, era il suo giornale, e veniva anche lì, in visita. Lo aveva fatto più volte: era curioso. E figuriamoci il Tirreno, dove il padre aveva fatto il fotografo. Carlo studiava nel retrobottega, il padre scattava fotografie per il giornale.

Finì con l’accettare la cattedra, ma il ragazzo Ciampi era troppo preparato per limitarsi all’insegnamento. Non ne aveva grande ambizione, ma fu la moglie, Franca, che lo convinse a fare il concorso alla Banca d’Italia dove entrò e alla fine rimase 47 anni, di cui 14 da governatore. Si era fatto tutti i gradini, con una solida base accademica, e nulla di più. Laurea in Lettere nel 1941, con una tesi in filologia greca intitolata Favorino d’Arelate e la consolazione sull’esilio (relatore Augusto Mancini) alla Scuola normale superiore di Pisa, e successivamente una laurea in giurisprudenza. Alla Normale, laboratorio di menti che hanno fatto un pezzo di storia dell’Italia, conobbe anche la moglie, Franca, origini bolognesi, sorridente e di passo spedito. Per una vita, invece di chiamarlo Carlo, lo chiamava per cognome, soprattutto quando lui la mandava su tutte le furie. E non era nemmeno difficile, nonostante l’affiatamento della coppia. Uno spettacolo, a volte, vederli insieme. “Ciampi, ma sono fuori che ti aspettano”. E lui: “Le donne, tutte così”. E forse, in quel bonario sarcasmo, c’era tutto il libeccio respirato, e quelle sopracciglia un po’ così.