La casa è vuota, abbracciata da un silenzio inusuale, quasi scomposto. Mi guardo intorno aspettando che qualcuno spunti da un anfratto, sbuchi da un pertugio, che da dentro un armadio si materializzi uno dei miei figli. Tutto è immobile.

Ho riordinato casa. I vestiti di tre taglie diverse sono stati riposti nei cassetti, la lavastoviglie scaricata, il letto rifatto. Giro lo sguardo tra le pareti della stanza, nell’ozio a cui mi sono disabituata è come se mancassero attività da compiere. Lavorare al computer è stato insolitamente semplice. Efficiente. Nessuno che si arrampicava sulle ginocchia per guardare lo schermo, nessuna distrazione causata da litigi o pianti, non mi sono dovuta interrompere una dozzine di volte prima di finire una email.

Le uniche lacrime sono le mie, quiete quanto l’aria che mi avvolge. Alcuni motorini svogliati invadono le mura domestiche con il rombo delle marmitte, i loro schiamazzi stridono con l’ambiente placido. Svolgere quelle mansioni che fino a ieri facevano parte di un ingranaggio pesante e imbrigliato, adesso è talmente facile da apparire noioso.

Oggi non lavoro e questa mattina senza figli sembra anche priva di vita; bisogna riadattare i propri confini, trasformare il tempo in eccesso riempiendolo di sfumature personali. Riscrivere una quotidianità che ironicamente è meno attraente di quanto avevo fantasticato qualche settimana fa. Certe volte i genitori proiettano nelle loro teste film che nella realtà non si concretizzano, sceneggiature che non combaciano con i desideri auspicati. La leggerezza di cui volevo deliziarmi da oggi è più spessa di una nebbia autunnale.

I miei figli hanno ricominciato la scuola, la mezzana ha iniziato l’avventura della scuola elementare. Non era affatto spaventata come altri bambini dai faccini seri, quasi tesi. Intrepida e composta mi ha scoccato un ultimo sorriso da sopra il banco verde. E’ impaziente di diventare grande. Quanta fretta hanno certi bambini di crescere.
Sono passati davvero più di trent’anni dalla foto sbiadita in cui, con sorriso incerto, reggevo in mano una cartella di pelle rossa? E davvero otto da quando, sfinita, ho guardato in faccia, coperta del grasso della vernice caseosa, la mia primogenita?

Mio cognato insegna in una scuola superiore in America, due suoi studenti sono morti questa settimana di overdose per colpa di una merda sintetica che ha cominciato a girare negli Stati Uniti chiamata U-47700 (o Pinky). Avevano entrambi tredici anni. Non sembra così lontano il momento in cui dovremo navigare le acque tormentate dei “figli grandi, problemi grandi” e a volte, tenersi stretto il tempo è tutto quello che conta.

Quest’estate è stata davvero troppo lunga. O forse, per le donne la gestazione continua in chiaro dal decimo mese e non finisce mai. Senza le dovute cautele i figli possono davvero diventare come una droga, più ne fai uso e più ne hai bisogno. Dopo tre mesi di (ab)uso sono diventati una dipendenza, seppur affettiva. In fondo però, quando un ciclo finisce qualcosa dentro muore sempre.

Domani andrò a lavorare. Porterò in giro turisti negli stessi luoghi percorsi tante volte quest’estate e dai quali non ho sviluppato alcuna assuefazione. La casa è in ordine. Il silenzio è interrotto dalla lavatrice che nel frattempo ho fatto partire. Curioso, quando nessuno rumoreggia se ne distingue chiaramente il ciclo.

Domani lavoro ed è un gran bene, non dovrò più ascoltare questo silenzio. Anche le mamme di ferro hanno i loro momenti di sconforto. Ma staccarsi da loro, sviluppare una vita parallela, lottare per un’identità indipendente è il regalo migliore che possiamo fare a noi e a loro.

PS: Ironia della sorte: dopo aver finito di scrivere il post, è arrivato un messaggio dalla segreteria scolastica. Causa allerta meteo, domani tutte le scuole saranno chiuse…