Saprà il Forum Sociale Mondiale 2016 di Montreal dimostrare la attualità del Fsm? Se lo chiedeva Ronald Cameron il 17 giugno 2016 di fronte al primo World Social Forum (FSM in italiano) che si svolgeva nel nord del Mondo. A conclusione di una iniziativa certamente in discontinuità con quelle precedenti, che ho avuto l’occasione di frequentare tutte, avanzo qui alcune considerazioni.

1. Non credo che l’unico aspetto su cui valutare le differenze rispetto al percorso dei Fsm avviati 15 anni prima a Porto Alegre dipenda dalla latitudine e dalla discriminante dovuta al minore potere politico-economico e sociale detenuto dai paesi dell’emisfero Sud. E’ vero che i partecipanti erano in gran parte locali e che questa volta si è entrati nella “tana del lupo”, a fianco delle sedi delle più potenti multinazionali, dentro le aule delle Università che ospitano e spesso organizzano altrettanti “think tank” del potere globale, in una cultura in cui la tradizione cristiana non ha tratti provinciali o scaramantici, ma ecumenici e a radicamento sociale (ascoltatissimi i seminari sull’Enciclica Laudato Sì e quelli organizzati contro le multinazionali dalla rete mondiale dei comboniani di Zanotelli, oltre a quelli dei giovani scout). Ma è pur vero che la crisi ha confuso anche i sacerdoti del liberismo che si riuniscono a Davos, al punto che l’interpretazione del mondo e del futuro con cui misurarci non ha più ricette di riferimento.

A Montreal le proposte avanzate sono state tutte estremamente concrete, smorzando quel dato di utopia caratteristico delle riunioni passate: in Italia non se ne è fatto cenno continuando a dar d’intendere che l’unica questione riguardante il futuro sia ossessivamente quella della permanenza del governo. Ho potuto ascoltare il premio Nobel Stiglitz sostenere che il referendum istituzionale in Italia, con la limitazione ai poteri del Parlamento, sia un errore di prospettiva e un abbaglio su quali siano oggi le priorità.

2. Il principio su cui si è sempre fondato il Fsm è quello di uno spazio aperto. L’obiettivo condiviso è quello di creare il più ampio fronte possibile al fine di offrire un’alternativa alla globalizzazione neoliberista, attraverso la creazione di nuovi rapporti di solidarietà all’interno e tra i movimenti sociali, su basi indipendenti dai partiti politici. Con Porto Alegre, l’esperienza del PT brasiliano era diventata l’esempio di un approccio dal basso verso l’alto (bottom-up), come espressione politica dei movimenti, ma da questo anno è in atto una profonda crisi di questo partito e la perdita di riferimento esemplare per l’autonomia di una battaglia nel contempo radicale e di massa. Si è così rafforzata, anche di fatto, una opposizione di principio tra spazio politico e movimento, tendente a far diventare il Forum la massima espressione mondiale della società civile, anche se ancora incapace di conquistare uno spazio deliberativo.

3. Se tutto è in ridiscussione nell’organizzazione politica e sociale della partecipazione democratica, il Fsm non poteva esserne esente. Così, il Fsm a Montreal ha limitato il ruolo che le organizzazioni sociali hanno tenuto in passato nello svolgimento dell’evento. Questa volta per la collettività, la legittimità del Forum si è basata sul raggruppamento nel coinvolgimento degli individui e dei movimenti presenti, senza distinzioni di status, fino a mettere in discussione l’abolizione del Consiglio Internazionale, considerata fin qui l’autorità suprema, con una condizione privilegiata.

Considero questa tendenza a “spruzzare” gli attori del Fsm a ​​Montreal in sintonia con quanto si verifica nelle società capitaliste, il cui livello di organizzazione di individui è sempre più alto. Mi sembra tuttavia un salto eccessivo rispetto alle pratiche che considerano l’organizzazione e i soggetti sociali un aspetto primario della politica. Ma, al di là di ogni giudizio, questa mi è sembrata la linea di tendenza, di cui tenere conto: come stabilire una unità politica più attiva, senza forzare organizzazioni e movimenti con modalità di delega.

4. A riprova di questi assunti, non si sono visti a Montreal né politici (tranne – non a caso – Bernie Sanders) né partiti-movimento come Podemos o Syriza o il M5S. Il declino dell’economia suggerisce anche una ricostruzione di una alternativa che non passi necessariamente dagli appuntamenti internazionali e dalle alleanze o scontri con i singoli governi. Paradossalmente, questo approccio mira a provocare una rinascita basata su nuove dinamiche globali incentrate sulla mobilitazione sociale. Certamente non si vuole abbandonare l’enorme patrimonio di quindici anni dei Forum, purché venga aggiornato alle esigenze e pratiche della nuova situazione politica, cominciando magari subito dalla rotazione delle cariche nel Consiglio Internazionale. Nel dibattito finale è apparsa la proposta di creare un procedimento parallelo, una sorta di tribunale dello stato della democrazia in diverse parti del pianeta.

Penso comunque che il Fsm abbia un futuro: diventare la spina dorsale di movimenti e reti che, a loro volta, mobilitano gli individui. La centralità delle organizzazioni mi è sembrata uscire appannata e andrebbe rivalutata con la dovuta attenzione. Promuovere movimenti concertati e il loro piano d’azione risulta la grande sfida di questo primo Forum nel Nord, nell’attuale contesto politico e storico. La fase di preparazione del prossimo appuntamento risulterà quindi perfino più importante dello svolgimento dello stesso per poter dar ragione del nuovo slogan coniato in Canada: Un altro mondo è necessario, insieme è possibile.

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