Si è svolta lunedì la serata conclusiva di Botteghe d’Autore 2016, uno dei premi italiani di musica di qualità più interessanti e meglio gestiti. Da undici anni si svolge ad Albanella, seimilacinquecento anime in provincia di Salerno, dove si esibiscono concorrenti selezionati dal gruppo di lavoro dell’organizzatore Ivan Rufo. Quest’anno l’ospite d’onore è stato Beppe Barra: uno dei principali esponenti della cultura partenopea.

Bene, questo scritto cercherà di rispondere a due domande: 1) A cosa servono i concorsi di musica di qualità come Botteghe? 2) Da cosa non possono prescindere per essere credibili?

Andiamo con ordine. Botteghe d’Autore 2016 è stato vinto da Francesca Incudine, cantautrice siciliana che si è esibita con un set molto raffinato e caratterizzato da ottimi musicisti; suo anche il premio per il miglior arrangiamento. Il miglior testo è risultato quello del brano Badabùm di Gerardo Pozzi, mentre il premio per la miglior interpretazione è andato a Claudia Crabuzza, cantautrice originaria di Alghero. Il livello era altissimo, e lo dico senza un filo di retorica. Fuori dai premiati sono rimasti artisti di livello come Mirkoeilcane, che – a giudizio di chi scrive – col brano Profili (a)sociali avrebbe dovuto aggiudicarsi nettamente il riconoscimento più importante.

Ecco: ma cosa cambia, nella carriera di un cantautore, la vittoria di un concorso pur così attento alla qualità come questo? Cosa cambia la vittoria di altri concorsi analoghi, dal Premio Bianca d’Aponte al Premio Bindi, fino a Musicultura, a Il Tenco ascolta o persino di riconoscimenti per artisti affermati, come il Premio Lunezia o la Targa Tenco? Praticamente, purtroppo per loro, poco o niente. Non credo che domani Francesca Incudine venderà (più) dischi ai concerti; è difficile che il vincitore di uno di questi concorsi il giorno dopo possa ricevere la telefonata di un’etichetta interessata a produrlo, investendo seriamente su di lui.

No, queste manifestazioni servono per creare contatti, conoscersi e alimentare un clima culturale adatto come habitat naturale a una canzone diversa, rispetto a quella iconica del pop dall’X factor mercantile. E alimentare un ecosistema vuol dire costituire – anche pervicacemente – uno spazio in cui le proprie necessità vitali trovino di che nutrirsi: se in Italia esistessero solo i fenomeni mediatici, chi non riuscisse a respirare con quel tipo di ossigeno sarebbe costretto ad adeguarvisi; l’alternativa è l’estinzione, perché il nome, il senso e il significato di un’espressione – in questo caso “canzone” – si adattano all’uso che se ne fa, come tutte le cose: “Un nome è perduto per sempre se nessuno lo chiama”, cantava Gianmaria Testa.

Quindi concorsi del genere servono, prima di tutto, per approntare e condividere con la propria comunità di appartenenza uno spazio d’esistenza. E non è poco. In secondo luogo, servono agli artisti per mettersi alla prova, a capire quanto si vale, cosa cambiare e cosa esaltare, esibendosi di fronte ad addetti ai lavori e a un pubblico fidelizzato dall’autorevolezza della manifestazione in questione: quindi attento ed esigente, che non cerca semplicemente la distrazione d’intrattenimento di un legittimo e sciocco ritornello.

E qui torniamo a Botteghe d’Autore. I concorsi che valgono hanno una propria specificità, compitata edizione dopo edizione da organizzatori competenti e consapevoli. Ad Albanella, ogni anno, personalmente ritrovo quel clima rispettoso e di “purezza sguaiata”, partecipata in modo verace ma con grande e storico rispetto per la cultura, tipico dei partenopei e un po’ di tutto il sud. C’è una naturale educazione all’ascolto testardamente alimentata, in più, da chi come Rufo – assieme alla sua squadra di giovani organizzatori – propone un certo tipo di brani. Questa è la cifra stilistica di Botteghe e certe cose, in quel modo, succedono solo lì.

Quando quel gigante di Beppe Barra cantava su quel palco, sembrava cantasse l’intera manifestazione; sembrava che dentro ogni canzone del mondo fosse contemplata un minimo di “napoletanità”. Così Bob Marley non è mai stato tanto vicino a Giorgio Gaber, riletti in chiave partenopea sul palco da Barra; così dallo spirito di quella terra sembrava venir fuori tutta la forza di Tammurriata nera, piena di dolore e sofferenza per l’ancestrale storia di soprusi che troppo spesso è insabbiata in quella gemma di brano, alla mercé dell’intrattenimento più beota.

I concorsi come questo hanno una propria specificità e mal sopportano la mentalità seriale che tutto appiattisce, fa passare e consuma. Questo è il punto. Le manifestazioni d’autore sono un piccolo miracolo che – si capisca una volta per tutte – un clima culturale decente e le amministrazioni pubbliche farebbero bene a preservare ed esaltare. Un’ultima considerazione: grazie a Botteghe, da undici anni Albanella è un posto migliore. Cosa succederebbe se la tv lo facesse per sessanta milioni di persone?