Se qualcuno – e in Giappone ahimè ancora ce ne sono – avesse ancora dei dubbi sulla discendenza divina dell’Imperatore, è servito. Dopo il videomessaggio di stamane a reti unificate – frutto di una febbrile trattativa in quanto poco gradito, per tempi e modi, all’attuale governo – Akihito non solo conferma la sua assoluta umanità, ma anche la sua saggezza, il suo senso di responsabilità, perfino la sua simpatia. Insomma, la sua “esistenza” in vita, quanto meno dal punto di vista civile e politico.

Niente male, per un personaggio che – come tutti i suoi predecessori del resto – giuridicamente non esiste. Già perché pochi sanno che Sua Maestà Akihito, assieme a principali membri della famiglia imperiale giapponese non ha un cognome, non possiede alcun documento di identità e quando viaggia in giro per il mondo lo fa con una pergamena che ne attesta la sua carica. Ma non possiede un passaporto né esiste alcun comune, municipio, tempio o parrocchia dove sia registrato il suo certificato di nascita.

Un dio apolide, come scrisse tanti anni il compianto Fosco Maraini, parlando di suo padre, l’imperatore Hirohito, costretto dalla storia – e dal tornaconto personale, è forse arrivato il momento di dirlo – a rinunciare alla sua supposta divinità. Restando peraltro – unico tra i leader dell’asse nazifascista – tranquillamente al suo posto e morendo in odore di santità dopo altri 45 anni dalla catastrofe che aveva contribuito a provocare.

Per quanto guerrafondaio, antipatico, arrogante e furbacchione sia stato Hirohito (nessuno ne parla molto di queste sue “qualità”, ma se volete approfondire leggetevi l’ottimo Hirohito and the making of Modern Japan di Herbert Bix, introvabile in Giappone, ma facilmente ottenibile su Amazon) tanto è simpatico, corretto, affabile e pacifista Akihito, anche da prima di salire al trono, nel novembre 1990, quando nel corso di complicatissima e istituzionalmente molto controversa cerimonia fu costretto dalla liturgia di Stato a girovagare per tutta una notte all’interno di templi costruiti per l’occasione in attesa di essere raggiunto da Amaterasu, la Dea del Sole.

Chissà forse è anche per dare una scossa al Giappone, paese che invecchia peggio del nostro ma dove non esiste alcun segnale di rinnovamento civile, culturale, politico e istituzionale (e dove l’attuale governo viceversa punta sul neonazionalismo per nascondere gli insuccessi in campo economico e sociale) che Akihito ha deciso di irrompere, pochi giorni dopo l’anniversario di Hiroshima, nelle case di tutti i giapponesi. Ai quali non si è rivolto in modo freddo e altezzoso come fece suo padre, quando per annunciare la resa e la fine della guerra usò l’antico linguaggio di corte, incomprensibile alla stragrande maggioranza del popolo, ma in modo colloquiale, semplice, quasi affettuoso.

Bellissimo il passaggio in cui chiede comprensione e solidarietà, chiedendo che anche a lui, fedele servitore della patria, venga riconosciuto il diritto di “riposarsi”. In altre parole, di andare in pensione. Ovvio che il suo discorso, ancorché registrato e dunque privo di quella immediatezza, di quella empatia che aveva invece suscitato il suo primo intervento a reti unificate, in occasione della catastrofe del marzo 2011, sia stato accolto con enorme favore dai giapponesi. I primi sondaggi parlano di oltre il 90% di gradimento, un vero e proprio trionfo.

Meno felice saranno Shinzo Abe e il suo governo che, dopo aver finalmente ottenuto la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, si apprestavano, il prossimo autunno, a far approvare finalmente una riforma costituzionale nella quale – ironia della sorte – anche la figura dell’Imperatore veniva in qualche modo “rivalutata” in senso nazionalistico. Prevedendo, ad esempio, il reato di vilipendio, sparito subito dopo la guerra.

Ora invece dovrà dedicare del tempo a risolvere il problema dell’abdicazione. L’Imperatore politicamente non conta nulla, il suo ruolo istituzionale è puramente cerimoniale, ma è di gran lunga la persona più amata e rispettata del paese, assieme a tutta la sua – spesso infelice – famiglia. Pochi giapponesi capirebbero se il governo dovesse disattendere – o anche rimandare – un gesto di gentilezza e di rispetto nei confronti del loro Imperatore.