Fuoco e lapilli sotto il cielo di Atlante 2, il fondo in via di sottoscrizione destinato ad acquistare buona parte dei crediti irrecuperabili del Monte dei Paschi di Siena. Dopo il balletto delle casse previdenziali, è a rischio contenzioso parte del contributo della Sga, la bad bank nata sulle ceneri del Banco di Napoli. Si attende ad horas la convocazione del consiglio generale della Fondazione Banco di Napoli per discutere un’azione di risarcimento contro il ministero dell’Economia, Bankitalia e Consob per il “fallimento pilotato” del Banco di Napoli. Lo stesso crac, cioè, che vent’anni fa portò alla nascita della Sga e mise le basi per recuperare un tesoretto da 700 milioni oggi essenziale al salvataggio di Rocca Salimbeni.

La richiesta di convocazione è stata depositata lo scorso 16 maggio da Francesco Fimmanò, giurista e neoconsigliere della Fondazione Banco di Napoli su designazione della Regione Campania. In una missiva indirizzata al presidente dell’ente partenopeo, Daniele Marrama, Fimmanò ha chiesto una “convocazione urgente del Consiglio generale per l’assunzione degli opportuni provvedimenti a tutela/risarcimento delle ragioni della Fondazione Istituto Banco di Napoli” nel caso del fallimento del Banco di Napoli.

A vent’anni di distanza, insomma, l’ente partenopeo potrebbe chiedere il conto di un’operazione siglata dal governo Prodi (ministro dell’Economia era Azeglio Ciampi) nel lontano 1996. All’epoca, alcune ispezioni di Bankitalia fecero emergere criticità nei crediti del Banco di Napoli, controllato dall’omonima fondazione. Così l’esecutivo decise di esautorare l’ente dal controllo della banca e di creare la Sga con il compito preciso di recuperare le sofferenze, generate in buona parte dai ritardi nei finanziamenti pubblici alle imprese meridionali. Contrariamente alle attese, negli anni, la Sga si è dimostrata una gallina dalle uova d’oro. Complice l’ascesa del mercato immobiliare, la società è riuscita a recuperare una somma ingente che il governo vuole utilizzare per Atlante 2. Senza tener conto dei diritti della Fondazione che, per anni, ha iscritto nei suoi bilanci presunti diritti sul pacchetto di maggioranza e sui futuri utili della Sga. Una prova del fatto che “si tratta di un’azione risarcitoria assolutamente legittima”, spiega Fimmanò.

Tuttavia finora il presidente Marrama ha preso tempo. Un’inerzia inspiegabile da parte di una Fondazione ben più attiva su altri fronti. Fra questi, ad esempio, la partecipazione al salvataggio della Banca Regionale di Sviluppo (Brs), che ha fatto credito ai maggiori investitori dell’interporto nolano come Gianni Punzo, socio in affari di Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle nei treni veloci di Italo. Nella Brs la Fondazione Banco di Napoli, che controlla la Banca del Sud, investirà otto milioni nell’ambito di un aumento di capitale da 30 milioni. E con la prospettiva a termine delle nozze con la Banca del Sud presieduta dallo stesso Marrama. Una vera operazione lampo per la Fondazione. Questioni di opportunità di mercato? Non proprio dal momento che nel prospetto dell’aumento di Brs si legge che si tratta di un’operazione rischiosa realizzata con “l’obiettivo di reintegrare i requisiti patrimoniali della Banca”. Per di più senza poter escludere che “l’emittente non possa tornare a presentare requisiti prudenziali inferiori a quelli richiesti”. La velocità d’azione della Fondazione sul caso Brs è insomma quasi un mistero napoletano che probabilmente affonda le radici in quel sottile filo che unisce le fondazioni, i controllori e la politica all’ombra del Vesuvio. E non solo visto che, come spiega Fimmanò, l’ipotesi di un’azione della Fondazione Banco di Napoli “inciderebbe anche su Atlante 2”. Come? Attraverso il tesoro napoletano della Sga che lo Svimez guidato dall’economista Adriano Giannola vorrebbe restasse almeno in parte al Sud che lo ha prodotto.