La cosa più sgradevole è la presa per i fondelli. Dopo aver vinto le primarie e aver trionfato alle elezioni europee del 2014 al grido “via i partiti dalla Rai”, Matteo Renzi e i suoi il 4 agosto 2016 occupano pure i telegiornali. Se il premier si fosse presentato agli elettori rivendicando il diritto dell’esecutivo di fare ciò che vuole dell’informazione televisiva le decisioni di oggi, avallate a maggioranza da un consiglio di amministrazione come al solito pavido e lottizzato, sarebbero risultate fastidiose, ma almeno coerenti con un progetto di governo. L’uomo però è quel che è. Ormai lo ha ampiamente dimostrato: trova gli slogan migliori per mettersi in sintonia con l’opinione pubblica, li usa per ottenere consensi e poi, se gli conviene, li disattende in maniera plateale. Chiunque, se vuole, se ne può rendere conto.

A parte il proposito sbandierato alla Leopolda di fare della tv di Stato la Bbc, a imperitura memoria rimane la sua bacheca di twitter. Qui ricorderemo solo un intervento: “Niente paura il futuro arriverà anche alla Rai. Senza ordini dei partiti #cambiaverso #italiariparte”. La cronaca che ci dice come è andata. l’Italia, già ricca di per sé di gente che pagherebbe per servire, arretra. Vince come sempre il paese dei famigli.

Non per nulla, in attesa che i nuovi responsabili del Tg2 e del Tg3 dimostrino di che cosa sono capaci (noi temiamo di tutto) va constatato come con la loro scelta venga definitivamente buttata a mare anche un’altra falsa parola d’ordine del presidente del Consiglio: la meritocrazia. Basta scorrere i nomi dei nominati e degli epurati per rendersene conto. Infatti se è sacrosanto il principio secondo cui qualunque conduttore o direttore può essere motivatamente sollevato dal suo editore, nessuno è finora stato in grado di spiegare quali siano i meriti giornalistici – almeno pari a quelli dei loro predecessori – di Ida Colucci (Tg2) e Luca Mazzà (Tg3). Della carriere di Mazzà un unico fatto è noto: la decisione di abbandonare il posto responsabile di Ballarò dopo aver accusato Massimo Giannini di essere troppo anti-renziano. Di Ida Colucci ricordiamo invece le sue cosiddette interviste prima a Silvio Berlusconi e poi a Renzi. E nient’altro.

Va però detto che prendersela con i due è sbagliato. Il governo aveva un obiettivo: arrivare al referendum costituzionale di novembre senza telegiornali che dessero troppo eco alle ragioni del no. Sono stati scelti loro, ma potevano essere scelti altri.

Per questo Renzi, stando al Corriere della Sera e alla Stampa, si è sentito più volte con il direttore generale Rai, Antonio Campo Dall’Orto, dopo essersi negato al telefono per molte settimane. Per questo il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha attaccato i vertici di viale Mazzini sulla questione super-stipendi. Il suo partito era perfettamente al corrente che la legge da esso stesso votata permetteva quegli emolumenti, tanto da aver bocciato un emendamento che li avrebbe impediti, ma ha utilizzato lo scandalo per premere sui manager.

Hai piazzato alla testa delle news un professionista come Carlo Verdelli che ha una mezza idea di non fare quel che voglio? Occhio, io metto alla berlina. Esalto il tuo lato debole, quello che io stesso ti ho concesso: i soldi. Il potere, del resto, funziona così. Ha le sue regole e i suoi riti. Prevede che ai sollevati dall’incarico venga dato uno strapuntino: lo stesso stipendio, una trasmissione piccola piccola, qualche comparsata. Giusto per poter dire che nell’informazione Rai il pensiero non è unico (ma nei tg sì). E perché chi è stato fatto fuori non si lamenti troppo. Poi intanto coi mesi tutto verrà dimenticato. E l’Italia potrà continuare ad affondare placida nel solito viscido pantano.