“Cosa passa per la testa di un ragazzo che prende il suo telefono e inizia a filmare le persone che agonizzano sulla Promenade di Nizza, ne raccoglie i gemiti e poi li mette su Facebook?” si è chiesto il direttore di Repubblica nel suo editoriale di ieri. Nulla. Non passa assolutamente nulla. Esattamente come non passava nulla per la testa dei quattro giovani di Rimini arrestati nel 2008 per aver dato fuoco a un barbone con l’intento di “divertirsi”. Così come pure dei tre sassaresi arrestati nel 2014 per aver dato fuoco al velo di una suora perché “si stavano annoiando”.

Perfino nelle famiglie musulmane può capitare che giovani nella cosiddetta “età stupida” vogliano imitare le imprese di loro amici più “coraggiosi”. Ed è più che sensato scongiurare questa eventualità evitando di farne ulteriore propaganda. Ma questo è un problema minore, visto che i ragazzini non sono l’Isis: l’esercito nascosto degli jihadisti presenti in Europa è composto prevalentemente da gente più adulta e addestrata, che ha fatto una scelta dettata dall’ideologia del salafismowahhabismo, e agisce in piena coscienza. Gente che ha aderito a un preciso appello lanciato nel settembre del 2014 dal portavoce dell’Isis al-Adnani e non ha certo bisogno di emulare nessuno.

L’appello alla responsabilità di Calabresi è più che condivisibile e può comportare l’applicazione di una moderata censura. Ma solo a patto che ci si impegni con altrettanta solerzia a fornire al pubblico anche gli strumenti interpretativi necessari per capire che cosa stia veramente accadendo. Perché non solo abbiamo diritto di sapere, ma la conoscenza e l’informazione corretta sono le uniche armi di cui possiamo disporre per sconfiggere la paura e chi la produce. La responsabilità della stampa non può quindi essere completa se non vengono rispettate entrambe le esigenze. Quando invece la stampa pretende di “proteggere” il pubblico e arriva a non informarlo, finisce per mantenerlo in una condizione di paura e fare suo malgrado anch’essa del terrorismo.

È scomodo dirlo, ma sul piano dell’informazione sull’Isis siamo in grave ritardo. Per fare un esempio, è dal 2014 che è stato confermata da più fonti (tra cui il Mossad) una stima di quanti siano gli jihadisti presenti in Europa. L’ha rivelato per primo Mike Giglio, reporter indipendente: oltre 4000, già passati attraverso i Balcani e nascosti nei nostri paesi in attesa del momento opportuno per agire da soli o in piccoli gruppi. Complessivamente, si sanno molte più cose di quante la stampa riporti. Ma i motivi di una certa riluttanza a informare divengono chiari quando si scopre che in rete ci sono analisti che riportano puntualmente dai territori notizie che potrebbero diventare molto scomode per i nostri equilibri politici. Invece, occorre far circolare il più possibile queste informazioni perché generino domande a cui qualcuno prima o poi dovrà rispondere.

Occorre soprattutto una maggiore interattività e collaborazione fra la stampa e il pubblico, per aggiustare il tiro e condividere ciò che è necessario per ottenere un quadro più lucido e completo della situazione, anche in quei periodi in cui sembra che non possa accadere più nulla. Perché, di certo, l’Isis non va in vacanza.

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