arturo_varvelliMatrice islamica, forse no. Disagio da mancata integrazione, probabilmente. Mentre tutte le piste sull’attentato di Monaco restano aperte è un fiorire di analisi e controanalisi sul condensato di violenza che colpisce le metropoli europee ed entra nelle nostre case sotto l’indistinta definizione di “terrorismo”. Chi ne sa a palate, di Stato Islamico e così via, si mostra prudente sull’ultima strage ma vede radici comuni nel fenomeno della violenza che sta investendo le nostre vite, che ci piomba in casa e così facendo accende nuovi potenziali progetti di morte. Piani che, nell’amplificazione dei media, assumono i tratti di una vera e propria “corsa alla strage”, per cui uccidere non basta più: bisogna mietere più vittime possibili. Di questo ragiona Arturo Varvelli, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) che ben conosce il tema del fondamentalismo di matrice religiosa che gli inquirenti tedeschi non hanno ancora escluso del tutto e su cui si muovono gli omologhi francesi per la strage di Nizza. La sua analisi si salda con l’altra pista, quella del disagio personale e della mancata integrazione degli immigrati di seconda generazione. Per la comune ondata di violenza, certo, ma anche perché “questi episodi – spiega Varvelli – rivelano che sono ormai saltati i paracadute: quando s’innesca il seme della follia omicida non c’è più rete di contenimento che tenga. E tutti noi – per sufficienza, interesse o audience – stiamo in qualche modo spingendo i meccanismi di emulazione che strage dopo strage sembrano ormai  prescindere dalle motivazioni e degli obiettivi di chi le compie”.

Che idea s’è fatto del 18enne autore della strage?
Mi sembra sia un caso del tutto personale. Per ora non mi sembra ci sia un qualche legame con lo Stato Islamico: è difficile, del resto, che una persona di estrazione sciita anziché sunnita possa essere stata affascinata dalle sirene dell’Isis. Sarebbe un caso molto particolare. Mentre bisogna verificare i legami con gruppi di destra, anche se neppure questa pista sembra particolarmente promettente.

C’è un qualche collegamento con la strage di Nizza e altri precedenti o è un gesto isolato?
L’unico legame è che i protagonisti sono immigrati di seconda e terza generazione (come i fratelli Kouachi, principali responsabili dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo, ndr). Hanno tutti qualche questione identitaria sospesa per cui a un certo punto della loro vita non si riconoscono cittadini dei Paesi di provenienza dei loro genitori e dei loro nonni e neppure pienamente francesi o tedeschi. Nel caso di Monaco quel ribadire “io sono tedesco” in qualche modo cela le frustrazioni del 18enne di origini afgane, la sensazione di non essere stato pienamente accettato o addirittura preda di bullismo per diversi anni. Quindi, in questo caso, c’è probabilmente un mix di frustrazione che si unisce a una crisi di identità.

Mai come in questo momento si ha la sensazione di una strage via l’altra, seppur di matrici diverse. Quando è scoccata l’ora della “grande paura”?
Sicuramente con lo Stato Islamico. L’Is ha fatto del terrore il principale veicolo di propaganda innescando un effetto emulazione che può far presa anche in chi non ha nulla a che spartire con la causa jhadista.

E che cosa rende possibile questa “saldatura” per storie, aree geografiche e cause tanto diverse?
Su questo bisognerebbe fare una riflessione. Tutti noi ne siamo in qualche modo responsabili, dai sedicenti esperti ai media mondiali. Senza fare analisi sociologica spiccia, è evidente che c’è un’assuefazione alla violenza che scatta a prescindere. Nella testa delle persone, che sia radicalizzazione indotta o disagio personale e sociale, scatta qualcosa per cui si pensa di risolvere il problema personale rovesciando le proprie frustrazioni contro un nemico che assume forme diverse.

Che cosa permette alla scintilla di esplodere e mietere non una vita, ma decine di vite?
Penso sia saltato qualche paracadute essenziale. Un cittadino che non sta bene è circondato dalla famiglia, da reti sociali, dai servizi socio-assistenziali. Le storie come questa segnalano esattamente questo problema, a prescindere dalle matrici di innesco della violenza. Che le cause scatenanti siano di ordine politico ideologico, religioso, razziale. Con la differenza, non irrilevante, che lo Stato Islamico offre una sponda ai candidati martiri e se li va pure a cercare direttamente per scatenare il terrore. Agisce da leva. Non sembra questo il caso, anche se il quadro si chiarirà nei prossimi giorni.

Oggi più che mai la percezione della paura, qualunque maschera indossi, invade le nostre case. E da lì alimenta progetti e allucinazioni di violenza e vendetta
Al fondo è tutto irrazionale. Anche questa paura che ci prende lo è. I dati statistici dicono che prendere la macchina e fare 5 km è più rischioso che frequentare locali e imbattersi in un attacco terroristico. Ma quello che fa paura a tutti noi, e su cui conta chi scatena il terrore, è l’imprevedibilità di qualcosa che travolge il tuo quotidiano senza che tu possa fare nulla. Il terrorismo però fa leva su questa paura irrazionale, scientemente, per mettere in pratica la sua opera di destabilizzazione.

Piani di morte. Sembra che l’asticella della violenza si sia spostata, per cui se non fai almeno dieci vittime non conta. E che responsabilità hanno i media nell’amplificazione del terrore?
Sostanzialmente è così. Penso che molto abbia fatto la propaganda Isis che ha innescato un processo di assuefazione continua alla violenza e di penetrazione del sangue nella vita quotidiana. Questo ha scatenato l’emulazione.

E come si contiene questa bestia che attinge dalle immagini di terrore per alimentarne altro?
L’impressione che ho, oggi, è che niente faccia più impressione. Anche i media dovrebbero fare una riflessione su questo. Proprio in questa vicenda, ma anche in altre, si è visto che media anche seri rilanciassero immagini e notizie prese dalla rete senza controllo e le accreditassero perché suggestive e terribili. Più terribili della cronaca e delle notizie ufficiali già angoscianti.

Un esempio?
Ieri le immagini del presunto attentato dentro il centro commerciale che circolavano su Facebook ma non erano riferite all’episodio di Monaco. E’ essenziale, penso, che i media siano più seri dei cittadini, non devono rincorrere la sensazione ma fare un opera di educazione in questo senso. Penso alle pagine e ai titoli gridati da molti giornali. L’allarmismo che creano finisce per attutire l’allarme fondato, ogni evento diventa il pretesto per avallare una certa tesi. Dobbiamo uscire da questa dicotomia per cercare di capire come funzionano davvero le cose, cosa c’è realmente dentro i fatti, anche se terribili.

Nella strage di Monaco una pista punta sull’integrazione mancata
Su integrazione e seconde generazioni è in corso un grande dibattito. In Francia Olivier Roy e Gilles Kepel che sono accademici e islamisti francesi riconducono, seppur con alcune differenze, il problema del terrorismo islamico che attecchisce nel loro Paese alla caduta di un sistema valoriale. Il primo approcciandola più come una forma di nichilismo, ma entrambi riconducono alla mancanza di una ideologia stabilizzante la facilità con cui si arma la mano dei terroristi. E questo riguarda, sembra, anche i fatti di Monaco.

Ce la spieghi meglio
Quando c’erano grandi ideologie contrapposte, come quella tra un occidente capitalista e l’ex unione sovietica comunista il nemico pubblico era individuato in interessi contrapposti e oggettivati. Non era interno, non era personale. Il gioco più grande delle nazioni che scatenava le tensioni si svolgeva oltre il perimetro della propria casa, lontano. Oggi l’assenza di ideologie riconosciute è diventata il veicolo per quelle che attecchiscono e covano tra le mura domestiche. Ed esplodono nelle forme che vediamo. Chi sa radicalizzarle, organizzarle, manipolarle lo fa. Chi le subisce, anche senza un suggeritore esterno, colpisce.