“Il fatto è che ci ritroviamo tutti in balia dell’incasinamento generale, travolti e stravolti da un delirio da paranoia, a correre dietro a un mondo che corre più svelto di noi… Ma dove stiamo correndo? E per quale ragione? E poi, siamo davvero così sicuri di correre dalla parte giusta? O si corre e basta? Quasi che il correre, l’essere dinamici e produttivi, il non ‘sprecar tempo’ fosse già una convenienza in sé, un risultato utile e appagante”. Sono parole scritte in una lettera da un settantenne Ermanno Olmi nel 2001 al critico cinematografico Tullio Kezich. Oggi che di anni il “maestro” Olmi ne compie 85 non credo cambierebbe di molto la sua opinione in merito. Quanta fretta, ma dove corri, dove vai. Olmi non ha mai corso, ha camminato. Camminacammina. La carriera inizia ufficialmente con Il tempo si è fermato (1959), davvero il tasto “pausa” sulla vita di uno studente finito nella baracca di un guardiano su una diga sull’Adamello, e Il Posto (1960), subito cinema immenso origine della civiltà del consumo, dello svuotamento creativo dell’animo umano, puntino color pastello, indelebile, in mezzo alla nebbia del Nord ripartito col boom.

Ma all’origine c’è l’artigianale gavetta di una quarantina di documentari sulla produzione industriale mentre lavora per la Edisonvolta come addetto al settore ricreativo dell’azienda. La condizione umana, Ermanno. Al centro del suo cinema c’è sempre stato l’uomo. Una spiritualità mai liturgica, uno sguardo libero ed anticonvenzionale. Olmi fu davvero figlio d’operai, mentre attorno una marea di nuovi, guizzanti osservatori del reale, futuri cineasti che raccontarono il popolo, nascevano borghesi con davanti una strada già pronta. Olmi era un cattolico non iscritto al PCI. E anche questo conta. Per differenza, nel bene e nel male. Quando il mondo fibrilla in Francia, in Germania e in Italia nel ’68, lui gira Un certo giorno. Chi l’ha visto alzi la mano. E i tre quattro che la alzano decisi come nessuno capiscono dell’angolazione singolare di cui parlo, del tormento interiore, del piano scivoloso del cambiamento e della trasformazione che per Olmi, in questo film che ha per protagonisti personaggi borghesi, dirigenti, manager, gente che va veloce e poi scoppia con un infarto, o spappola operai investendoli con l’auto senza che nulla cambi e nessuno si rivolti, passa essenzialmente dentro l’anima del singolo.

Difficile riprendere il bandolo della matassa con la ciucca estetica rivoluzionaria dei settanta. Olmi non è maestro dell’incomunicabilità o re della commedia, non è allegorico inventore di scenari fantastici, ma il suo ‘amarcord’ lo scrive ancora una volta con grande semplicità di mezzi e parole, sempre con quel suo silente neorealismo fatto di non attori in scenari reali e spicci. Anno 1978, L’albero degli zoccoli è Palma d’oro al Festival di Cannes. Tre ore nel mezzo delle campagne lombarde di fine Ottocento in dialetto bergamasco, il film è una delle tante storielle che la nonna raccontava ad Olmi bambino, quella del contadino che taglia un alberello per rifare gli zoccoli al figlio che va a scuola. Il padrone del terreno su cui sorge l’albero si accorge dell’accaduto e caccia contadino e famiglia dalla cascina. “Niente di più niente di meno. La totale sudditanza, i contadini considerati anime alla mercè del padrone come nella Russia zarista”, spiegò il regista a Kezich nel 1978. Disse ancora Olmi: “nessuna nostalgia, ma memoria, rispetto, affetto” per un mondo che era fatto “di lavoro, pratiche religiose, rituali magici, filastrocche, sogni, residui di festività pagane”.

E’ come se Olmi rovesciasse il cannocchiale delle ideologie in voga nel cinema “engagè” di quegli anni. Per spiegare disparità e diseguaglianze sociali, ma anche la purezza e le radici dell’uomo, il regista bergamasco osserva dal e nel basso il reale che immagina davanti agli occhi. Dopo verrà di conseguenza l’alto, la sovrastruttura. Anche per questo Olmi negli ottanta non ritrova più il lirismo e la vibrazione giusta di quel mondo in trasformazione, dell’uomo che muta e cresce, che guarda l’altro e lo rispetta, che immagina un futuro migliore per i più indietro sulla scala sociale. Il doppio passo è d’obbligo di fronte all’edonismo che spiazza e fa perdere la bussola. Soprattutto ai produttori e al cinema non più fattibile con la semplicità del sistema Olmi: scarsa preoccupazione per le prevendite tv, budget contenuti, postproduzione casalinga con bottiglie di vino a fine giornata. Basterebbe un’inquadratura, un primo piano, un dettaglio, un campo lungo con figure in movimento.

Segni e significati che Olmi insegna nell’oasi di Ipotesi Cinema a Bassano del Grappa dal 1981 prima che l’odiosa malattia invalidante lo colpisca senza avvertire che la ripresa sarà lunga. Chiedete della “non scuola” a Mario Brenta, Maurizio Zaccaro, Giorgio Diritti. Dicevamo che è nel bel mezzo di un gelido decennio che la trama olmiana si fa fiabesca, si vola nella dimensione poetica, tentando un lirismo che non c’era e che si farà. La leggenda del santo bevitore tratto da Roth (1988) e Il segreto del bosco vecchio da Buzzati (1993) con Paolo Villaggio. Ma l’apice, la summa di una carriera dopo un altro decennio di lontananza dal set, è quel Giovanni dalle Bande Nere che Olmi in stato di grazia dipinge come un muto quadro di un cupo bagliore tardomedioevale ne Il Mestiere delle armi (2001). Via tutti, chiede urlando Giovanni sul letto di morte. Bisogno di isolamento, di pensare di fronte al caos, di silenzio in mezzo al rumore, di ascolto del proprio battito cardiaco nel roboante clangore dell’iperconnessione globale. Guardate quel film, come si chiude, cosa racconta quello stralcio di storia, l’onore e il rispetto, la gelosia e il tradimento, l’ardore di un sentimento e il palpitare della lealtà.

Olmi è sì un uomo di un’altra epoca, il nonno saggio che indica la stella più luminosa in cielo che non hai mai visto anche se l’hai sempre avuta sopra la testa, ma è anche un signore che ha saputo trasformare perfino un modello come Raz Degan in un umano Cristo della bassa (Centochiodi, 2007). Chi scrive visitò il set, sull’argine del Po, tra capanni di fortuna, seduto su quelle seggioline anni settanta coi fili tesi di plastica. Sembrava davvero che il mondo si fosse fermato. Non era uno sfondo vero e proprio per il cinema, nemmeno l’impostura evidente del settore trucco della miseria contadina, ma un gruppo di non professionisti che recitava con candore e naturalezza la miseria. Anche Degan. Poi chiaro che dopo 40 anni di carriera con nuove tendenze formali a premere, l’impressione che l’estetica olmiana fosse diventata po’ blasé era un rischio da correre.

Il cinema di Olmi è sempre stato coraggioso, come le infrazioni della Nouvelle Vague, quelle meno esposte, meno evidenti, ma che scavavano nel profondo. Perché l’ultimo esempio di uno sguardo sulla solitudine dell’uomo, sulla spiritualità pura dell’umano di fronte agli sconvolgimenti e alle ingiustizie sociali, assurge ad ennesimo capolavoro con la semplicità umanista di Torneranno i prati. Sotto la neve di una guerra mondiale putrefatta e orrenda sopravvive in forma animale e naturale un luccichio di dignità, di sogno, di utopia, di pace. E allora, lunga vita al signor Olmi.