L’attualità recente ci lascia costernati. Le emozioni che le scene di violenza quotidiana nelle strade di città come Parigi, Nizza, Monaco, Orlando suscitano sono un misto di paura, indignazione e incomprensione totale. Perché? Perché tanta violenza contro innocenti, bambini, persone inermi? E così sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo si indagano le motivazioni dei killer: la jihad, la frustrazione, il fanatismo religioso, l’esclusione, la pazzia possono aver motivato il camionista di Nizza o il giovane afgano in Baviera ad agire in modo atroce.

Eppure resta un dubbio. Qualsiasi siano le motivazioni personali, questo nuovo orrore sembra essere guidato da meccanismi globali, una congiuntura di nuove tecnologie, fenomeni di mimetismo collettivo e accesso a basso costo a mezzi di comunicazione globale.

Ha senso dunque chiedersi quali fossero le motivazioni dei killer? Penso di no. Penso che il caos contemporaneo davanti al quale governi, polizie e cittadini restano paralizzati, sperduti, senza risposte, richieda prima di tutto nuovi strumenti concettuali, nuove teorie dell’azione umana, insomma, una “scienza sociale” nuova che possa dare parole ai fatti atroci a cui stiamo assistendo e che vada al di là della ricerca delle motivazioni.

Primo ingrediente di questa nuova riflessione: non interrogarsi sulle motivazioni dei killer. Questi non hanno motivazioni. Sono strumenti che “cadono” in una rete ben organizzata di reclutamento via Internet, fatta di procedure di avvicinamento, di identificazione dei “target” possibili, di istruzioni precise che circolano in modo virale sul web (chiunque di noi può leggere on line in inglese: “A Course in Art of Recruiting”). I sempre più giovani killer (un rapporto recente indicava che l’età delle nuove reclute è ora scesa tra il 12 e i 17 anni) non sono reclutati più attraverso Facebook o Twitter, cose del passato per le nuove generazioni, ma attraverso i siti di gaming collettivo, approfittando degli effetti di chiusura algoritmica tipica di questi ambienti Web in cui le persone si trovano “trasportate” per percorsi virtuali che diventano pericolosi. Un killer afgano di 17 anni non ha motivazioni: probabilmente passava la sua giornata davanti al computer a giocare ai giochi elettronici così come fa mio figlio, ma il suo profilo è stato sufficiente per farlo “cadere” dentro uno di questi percorsi pericolosi e diventare strumento della Macchina di Morte della jihad virtuale.

Bisognerebbe interrogarsi allora sulle motivazioni dei jihadisti, dei leader che reclutano questi giovani sbandati? Perché li reclutano? Non si tratta chiaramente di una rivoluzione culturale, come sostiene per esempio l’antropologo Scott Atran dalle pagine del New York Times. Queste persone non cercano di “risvegliare le coscienze”. Anch’essi forse non hanno motivazioni, e la loro azione va spiegata in modo differente: l’unica motivazione è che la fiamma non si spenga, che il caos continui perché questo permette alla matrice jihadista di proliferare. Non molto diversamente dei virus di computer (qual è la motivazione di coloro che li producono?) la motivazione è giusto mimetica, riproduttiva: continuare ad esistere, in questo spazio o negli infiniti spazi virtuali che il mondo tecnologico mette a disposizione.

Benvenuti nel mondo di Matrix versione 2016, una rete mostruosa, senza testa, capace di reclutare la feccia del mondo per nutrirsi di sé stessa e continuare a riprodursi.