Appena due miliardi per la vendita del 29,7% di Poste Italiane nell’ambito di un’operazione che trasferirà la restante e ultima quota pubblica (35%) nelle mani di Cdp. Detta in altri termini, la seconda tranche di privatizzazione di Poste frutterà alle casse pubbliche ancor meno della prima. Tuttavia, come ha spiegato il ministro Padoan in audizione alla commissione trasporti della Camera, il gioco vale la candela: la cifra in questione contribuirà, infatti, ad abbattere il debito pubblico come promesso a Bruxelles in vista della verifica sui conti di novembre. Anche se, a fronte della cessione del 30% di Poste, “in termini approssimativi”, il Mef stima una “perdita di dividendi superiore ai cento milioni” cui si aggiunge una somma di poco più elevata relativamente alle mancate cedole per la quota (35%) già piazzata sul mercato con l’Ipo.

Ma quella del governo è “una valutazione che tiene conti di costi e opportunità”, ha chiarito il ministro, spiegando che la partecipazione di Poste residua, conferita a Cdp, “non potrà essere ceduta né essere oggetto di alcuna disposizione da parte di Cdp senza il preventivo assenso del ministero”. Il collocamento della seconda tranche di Poste sul mercato inaugurerà, insomma, un nuovo “meccanismo di indirizzo e controllo” da parte del Mef che, secondo l’amministratore delegato, Francesco Caio, “protegge tutti nella filiera da possibili conflitti d’interessi, sia nostri nei confronti della Cassa depositi e prestiti che di Cassa nei nostri confronti”.

Ma come funzionerà questo sistema? Secondo Padoan, al pari di quanto accade per Eni, Enel o Finmeccanica basterà il “divieto a soggetti diversi dallo Stato di esprimere voto in assemblea per una percentuale superiore al 5% qualunque sia la quota in loro possesso”. L’idea però convince poco i sindacati che sono molto preoccupati dal passaggio del pacchetto pubblico di controllo di Poste sotto il cappello Cdp.

Nell’audizione alla commissione trasporti della camera della scorsa settimana, le organizzazioni di categoria avevano ricordato come Cdp sia partecipata dalle fondazioni bancarie, azioniste a loro volta di istituti di credito e quindi in palese conflitto d’interessi con Poste, rivale di banche e assicurazioni. Non solo: Poste si occupa della raccolta del risparmio per conto di Cdp secondo un preciso contratto di servizio che lega fornitore e committente. “Ma come sarà possibile gestire questo accordo nel momento in cui Cdp diventerà socio di Poste e al tempo stesso suo committente?”, si è chiesta la Cisl. Tutti nodi che il governo non ha chiarito fino in fondo preoccupandosi essenzialmente di ribadire che “non verrà meno la garanzia statale sul risparmio postale”, non muteranno “i termini della convenzione fra Cdp e Poste” e non ci saranno impatti sull’organico dell’azienda. Per il Mef l’operazione di privatizzazione non avrà infine alcun effetto sulla “piena operatività del servizio universale” o sulle “strategie” dell’azienda.

Non potrebbe del resto essere altrimenti visto che, al momento del collocamento, Poste ha promesso ai suoi investitori una “metamorfosi” che è ancora in corso. Se è vero infatti che l‘azienda ha archiviato l’anno in utile, è anche vero che il risultato è figlio di “benefici fiscali”, come ha ammesso lo stesso ad Francesco Caio davanti alla commissione trasporti del Senato. La strada del rinnovamento immaginato da Poste è insomma ancora lunga e non priva di ostacoli. Fra questi c’è il nodo irrisolto del peso del servizio universale sui conti del gruppo. Ma anche alcuni contratti da “riequilibrare” entro fine anno come quello con la Federazione italiana editori di giornali per la consegna di quotidiani e riviste dal momento che “con 20 centesimi a copia non copriamo neanche lo scontrino della benzina di chi deve consegnare il giornale, come ha chiarito Caio promettendo il massimo impegno per rispettare gli obiettivi indicati agli azionisti al momento della quotazione. Tuttavia, nonostante gli sforzi, da allora, il titolo Poste ha lasciato sul terreno circa il 9 per cento. “Ma ha fatto il 18%, meglio dell’indice borsistico italiano”, ha concluso il manager. Una magra consolazione per chi ha creduto nel titolo. E un bilancio borsistico poco allettante per promuovere la nuova tranche di privatizzazione in arrivo.