Da un anno vivo tra Singapore e Bangkok, osservando l’Italia da un punto di vista diverso da quello cui sono stato abituato, pur avendo sempre avuto la fortuna di viaggiare tanto, lavorando in Lazada, ex start-up diventata il più grande e-commerce del Sud Est Asiatico, con l’obiettivo di portare marchi italiani a vendere in Indonesia, Malesia, Thailandia, Filippine, Vietnam e Singapore.

E Lazada è stata comprata per 1.5 miliardi di dollari da Alibaba (nella foto l’imprenditore cinese Jack Ma), più grande gruppo e-commerce al mondo, dopo solo quattro anni di vita, aumentando in maniera smisurata le sue possibilità di crescere, dar lavoro a giovani provenienti da 25 Paesi (7000 persone, età media 25 anni), e, per quanto mi riguarda, di portare quante più aziende italiane ad espandersi in questa parte di mondo, con tutto quello di positivo che ciò comporta per la crescita della nostra economia.

Ma il motivo che mi porta a scriverne non è l’appartenenza, quanto lorgoglio che una storia di successo così sia in parte italiana.

Si, perchè se il fondo che ha lanciato Lazada è quel Rocket che ogni cosa che tocca nel digital sembra diventi oro (Zalando per intenderci), tra i co-fondatori ci sono italiani di grande valore, che hanno contribuito a costruirla sin dal primo giorno.

Italiani 30enni che a un certo punto della propria vita hanno deciso di lasciare lavori sicuri (un lusso per la grande maggioranza dei giovani che oggi si accostano al mercato, sia chiaro) per essere catapultati nel delirio di Kuala Lumpur, Ho Chi Minh e Jakarta, e trovare la realizzazione dei propri sogni professionali al di fuori della propria comfort zone.

E in quattro anni sono diventati milionari, senza aver investito un euro ma avendo riversato nellazienda competenze, lavoro duro e passione.

Una bella storia italiana basata sul talento, in Paesi affamati di talento.

E vedendoci lavorare, confrontandoci con i colleghi francesi e tedeschi, mi rendo conto di quanto migliori possiamo essere nel confronto con chi viene usualmente percepito come più affidabile, serio e organizzato.

Questo mi inorgoglisce e fa arrabbiare allo stesso tempo, se penso a quanti italiani abbiano dovuto disperdersi per il mondo, dando lustro al nostro Paese, senza poter esprimere al meglio le proprie potenzialità allinterno del nostro Paese stesso.

Ma penso che raccontarlo sia importante e necessario per smettere di ritenerci inferiori, i cattivi della classe, purificabili soltanto a colpi di austerità, sacrifici e trasferimento di ricchezza ai tedeschi virtuosi.

Oltre a un cambio di percezione, abbiamo necessità di sempre maggior visione politica per spingere il cambiamento, a mio avviso finalmente cominciato, di cui il nostro Paese possa giovare appieno.

Leffetto combinato del successo di Expo, delle riforme messe in atto da questo governo, dei possibili trasferimenti da Londra di investimenti post Brexit, mi fanno sperare che dora in avanti possa essere lItalia il luogo di nascita di nuoviunicorni”Nel mondo delle start up si definiscono così aziende che riescano ad arrivare al miliardo di dollari di valore.

Il numero di “unicorni” nati in ogni Paese può essere un indicatore del tasso di sviluppo dello stesso, ma se invece dei valori assoluti consideriamo la densità di innovazione, ovvero il numero di società con valutazione superiore al miliardo in rapporto al numero di abitanti, otteniamo una classifica interessante.

Dietro a San Francisco, con 7,4 “unicorni” per milione di abitanti, ci sono Stoccolma, Seattle, Berlino, Pechino, Los Angeles, New York, Helsinki e Londra.

Questo non significa che Stoccolma o Helsinki siano più importanti di Londra per opportunità di investimento, ma dà lidea di quanto nazioni piccole abbiano saputo trarre profitto dallhi-tech, con scelte politiche di lungo periodo.

Fra il 2003 e il 2009 sono nati 8 “unicorni”, nel 2015 erano 159, entro il 2025 saranno più di 300 nel mondo, ma quanti ne sono nati in Italia negli ultimi 10 anni? Zero.

Se arrivare a questo traguardo vuol dire creare lavoro per decine di migliaia di persone e realizzare sogni di ragazze e ragazzi che vi mettano tutte se stesse, è nostro dovere fare in modo che anche da noi accada.

Ma può accadere attraendo sempre più non solo capitali ma soprattutto capitale umano, e valorizzando, senza farli partire, giovani che da noi trovino le condizioni per investire su se stessi, innovare, cambiare le regole.

E compito della politica è avere la visione strategica per obiettivi cosi ambiziosi, e mettere in campo strumenti, dalla detassazione degli investimenti in capitale innovativo al miglior utilizzo dei fondi Ue, dalla facilità di accesso al credito alla tutela dei crediti, dallaumento degli investimenti infrastrutturali digitali alla riduzione del costo del lavoro, che rendano le nostre città ecosistemi su cui tutti coloro che sono affamati di lavoro possano far crescere i propri progetti.

La politica deve farlo, e questo governo finalmente lo ha cominciato, per la percentuale di disoccupati under 35 purtroppo ancora troppo alta e per quella gioventù da noi formata e dispersa nel mondo ad inseguire la realizzazione dei propri sogni col fortissimo desiderio di rientrare.

Deve farlo anche per gli italiani che il proprio sogno lo hanno realizzato, pronti a tornare al servizio del proprio Paese, e contribuire al suo sviluppo, con la coscienza che non sia soltanto il luogo in cui godere di famiglia, clima, cibo e vacanze, ma sia lo straordinario territorio in cui costruire la propria vita e far crescere la propria famiglia perché anche i nostri figli possano goderne.