Sono contento per la vittoria del Portogallo; sono rimasto ammirato dalla tempra dimostrata da Ronaldo, per ciò che ha trasmesso da uomo, seppur milionario e potenzialmente strafottente, ha mostrato invece l’energia di un entusiasta vero con la gioia di un bimbo, accompagnata da umiltà, voglia di lottare, grinta e capacità di trasmettere emozioni, spinta e carica al suo team.

Ho tifato per il Portogallo, perché già considerata squadra sfavorita ma ancor più perché menomata da quell’orribile fallo su CR7 (neanche fischiato da Mark Clattenburg) che ha rischiato forte la compromissione del ginocchio per quell’entrata di Payet che, come alcuni hanno commentato, sembrava davvero “progettata”.
E Ronaldo non voleva mollare, finché … ha dovuto cedere.
Allora ancor di più tutti volevamo dar forza ai candidati alla disfatta senza il loro fenomeno. Emozioni che si sommavano, complice anche la commovente investitura con la fascia di capitano a Nani. Ma qualcosa mi ha lasciato e proiettato verso delle venature amare.
Ho visto la partita in famiglia e sono felice anche di questo, ma nonostante la positività, ho realizzato un contrasto negativo. Durante il periodo del campionato europeo, chiacchierando e commentando giorno dopo giorno, i risultati di quest’analisi leggera mi portano a prendere coscienza di un gioco sempre più sporco che lascia correre troppo e che tollera comportamenti infami. Un gioco che crea modelli per milioni di ragazzi, spettacoli di sport in cui la dicitura “Uefa Respect” viene spesso inquadrata e che tutti i giocatori hanno sulle maniche delle maglie, ma che spesso viene svuotata di significato per mancanza di correttezza reale e di sanzioni nei confronti di chi sbaglia.

Specialmente se risulta palese che chi sbaglia in realtà “non sbaglia” ma reitera intenzionalmente.

Ero già disgustato da altri episodi e personaggi che proseguono la loro carriera senza essere estromessi con punizioni esemplari. Campioni che, oltre a saper innegabilmente gestire il pallone, hanno come caratteristica principale la ripetuta scorrettezza. Non ho mai ho dimenticato il morso ai danni di Chiellini di Luis Suarez ai mondiali 2014 e poi ho scoperto la sua natura, attraverso centinaia di video – che sulla rete si trovano facilmente – in cui ci si rende conto che tale è il suo modo (di cui però pare aver preso atto e che tra l’altro ha dichiarato di aver posto sotto cure di psicologi).

Tanti diranno “è normale” o “te ne accorgi solo ora?” … be’, adesso ne voglio scrivere e mettere in evidenza perché mi è fortemente dispiaciuto vivere questo contrasto. Troppi spintoni, maglie tirate e strappate, scontri senza palla, interventi pericolosi ed evidentemente cattivi, tutto sotto gli occhi di milioni di spettatori?
Suarez mi sembrava un giocatore con comportamenti subdoli, ma ho scoperto che nemmeno è il peggiore, lo accompagnano in tanti, infatti e dopo stasera, alla luce di un paio di azioni pessime ho iniziato una ricerca su Képler Laveran Lima Ferreira, meglio conosciuto come Pepe, da oggi campione europeo che non rende giustizia all’etica mostrata invece da Ronaldo. Pepe è infatti un altro personaggio con atteggiamenti pessimi, teatralizzazioni, simulazioni di falli subiti e vergognose scene in cui scalcia e colpisce con violenza, cattiveria e codardia gli avversari.

Niente di nuovo, la storia si ripete anche qui e ci sono classifiche dedicate ai “peggiori” che tengono testa ai già citati Suarez e Pepe: Joey Barton, Diego Costa, Eric Cantona, Roy Keane, Oliver Kahan, Nigel De Jong, Vinnie Jones e poi l’italiano Materazzi, e altri come l’uruguyano Montero.

Si evince la cattiveria e l’intenzionalità nel voler procurare danni e far male. E intanto restano a “giocare” come se tutto fosse … normale.

Tornando alla finale di Parigi, un altro episodio significativo è legato all’ultimo entrato, Eder, quello che ha fatto il gol (tra l’altro bellissimo). Al 107simo minuto colpisce il pallone con la mano e, quando l’arbitro Clattenburg sbaglia ancora e sancisce il fallo attribuendolo erroneamente all’avversario Koscielny ammonendolo, Eder non accenna minimamente a riconoscere di essere stato lui.

Non mi piace, anzi, mi fa schifo perché tutto questo diventa sempre più un modello da emulare e a nulla valgono le scritte con cui sembra che ci si pulisca la coscienza, signori della Uefa il rischio è questo, che risulti fumo negli occhi se poi non si prendono provvedimenti reali verso certi esemplari che recitano rincorrendo una palla e vengono pagati milioni, fanno quello che gli pare tanto tutto è concesso. Dall’azione più ingenua alla più violenta. Non va, no. Rendiamoli ciò che sono, sono modelli – volenti o nolenti – e voi, che ne avete le responsabilità, dovreste guidare il carrozzone verso la correttezza.

In tutto questo la cosa grave è che tutti sanno di essere ripresi continuamente da ogni angolazione da centinaia di telecamere … ma se se ne fregano, perché evidentemente sanno che alla fine non pagheranno nessuno dei comportamenti.

Mi piace vedere la gioia di chi ha dato tutto se stesso, mi piace vedere la finale dell’Europeo vinta da una Nazione che non aveva mai ottenuto grandi successi e mi piace vedere la gioia delle piazze portoghesi, ridà una percezione di quel senso del “tutto è possibile” e che forse non tutto è determinato a tavolino.

Non mi piace vedere la competizione sportiva del calcio in cui ormai è lecito basare gli scontri sulla violenza, tra spinte, gomitate sulla faccia e alla schiena, tacchetti che possono intenzionalmente spezzare le gambe e falli che ne evidenziano quella cattiveria palese mentre ipocrite braccia alzate si levano come a volersi scagionare sempre e comunque.

Sarebbe bello, invece, vedere i giocatori riconoscere i propri errori, essere un esempio positivo. Ricordo che la Uefa alcuni anni fa aveva anche lanciato il claim “FAIR PLAY” … ma dov’è finito?