di Mariano Bella (Fonte: lavoce.info)

Spiegazioni razionali, ma non funzionano

Le spiegazioni dell’esito del referendum britannico non funzionano: scarsa affluenza giovanile (pro “remain”), manifattura prostrata dall’immigrazione che compete con gli autoctoni per i posti di lavoro disponibili, correlazione tra basso reddito pro capite e voglia di Brexit su base territoriale sono al massimo nobili tentativi di mettere d’accordo le basi razionali delle decisioni con l’esito irrazionale. Ma non c’è verso di riuscirci. Alcuni numeri parlano chiaro. Dalla tabella 1 si vede che il Regno Unito negli ultimi dieci anni ha un tasso di crescita più che triplo di quello dell’area euro: 10,9 per cento contro 3 per cento.

Tabella 1 – Alcune variabili macroeconomiche: confronto Regno Unito-area euro

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La crescita dell’occupazione è incomparabilmente più dinamica: 6,7 per cento contro 0,3 per cento. Il tasso di disoccupazione (non riportato in tabella) nel Regno Unito è la metà di quello dell’area euro e si colloca attorno al 5 per cento. Dopo di che resta l’ultima carta da giocare, l’asso nella manica di coloro che puntano il dito contro il mercato e la globalizzazione: la concentrazione dei redditi. Magari, chissà, tutto il nuovo reddito è finito nelle mani di pochi e questo spiegherebbe la deriva demagogica. Forse la nuova occupazione è precaria e cattiva (anche se non ci sono evidenze di questi fenomeni). In realtà, l’indice di concentrazione dei redditi (indice di Gini) scende notevolmente proprio nel Regno Unito, mentre cresce nell’area euro. Dunque, sulla base di pochi ma significativi dati aggregati si può affermare che negli ultimi dieci anni di permanenza nell’Unione Europea, il Regno Unito è diventato più ricco, inclusivo e meno diseguale. Ne consegue l’assenza di buone ragioni per uscirne. Né può giustificare l’esito del referendum il saldo negativo delle partite correnti (esportazioni meno importazioni di beni e servizi più saldo dei redditi da e verso l’estero). Nella tabella 2 si evidenzia il punto debole della Gran Bretagna.

Tabella 2 – Saldo di conto corrente in percentuale del Pil

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I paesi mediterranei hanno centrato l’obiettivo di un difficile e costoso aggiustamento del saldo estero, a fronte di crescenti avanzi della Germania (in contrasto con i regolamenti internazionali che considerano squilibrio macroeconomico un surplus superiore al 6 per cento del Pil nella media di un triennio). Per il Regno Unito, lo sbilancio nei confronti dell’estero potrebbe risultare problematico nel medio termine perché va finanziato con crescente indebitamento o con ingenti flussi di capitale in entrata che acquistano attività dei residenti (per esempio nel mercato immobiliare). Quand’anche i sostenitori della Brexit fossero stati preoccupati da queste dinamiche, la conclusione di uscire si confermerebbe del tutto sbagliata. La politica monetaria britannica è già libera, né si ridurrà il grado di coordinamento con quella delle altre banche centrali una volta fuori dall’Unione. La politica fiscale era già agibile, mentre peggiorerà notevolmente la fluidità dell’interscambio commerciale con il resto dell’Europa, esattamente l’opposto di quanto desiderato dal Regno Unito da sempre (no all’unione politica, sì al mercato unico). Un paese isolato con una valuta più debole attirerà meno capitali, rendendo di fatto più complicato acquistare il saldo di conto corrente mostrato dalla tabella.

La menzogna in democrazia

Per spiegare la Brexit non resta che ammettere la questione della menzogna sistematica e prolungata che ha tratto in errore i cittadini. Si può mentire in democrazia? Certamente, ci mancherebbe. Infatti, una democrazia funzionante non solo si può permettere una quota di “falsi profeti” perché ha anticorpi atti a smascherarli, neutralizzandone intenti e potenziali effetti, ma anzi una frazione di falsità serve come “sparring partner” per forgiare persone più consapevoli e, quindi, migliori istituzioni. Perché non ha funzionato? Perché è mancata la controparte. Nel Regno Unito, come in Italia e in quasi tutta Europa, le posizioni oggi sono due: chi è contro l’Europa e dice “leave” e chi è contro l’Europa e dice “remain. La prima posizione, c’è poco da fare, è più coerente – anche se irragionevole oltre che irrazionale – ed è stata premiata. Finché non ci sarà qualcuno che sosterrà senza troppi distinguo l’Europa che c’è come presupposto di quella che vorrebbe e che si impegna a realizzare, la porta resterà aperta, soprattutto per uscire.