“I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato”. Il giorno dopo la morte del richiedente asilo nigeriano a Fermo, la scrittrice Michela Murgia su Facebook attacca direttamente i parlamentari. Il riferimento è a settembre scorso quando l’Aula di Palazzo Madama, in merito alla frase del leghista Roberto Calderoli che in un comizio definì “orango” l’europarlamentare Cécile Kyenge, si è opposta alla richiesta di processare il parlamentare per istigazione razziale. Tra i contrari il Pd e Forza Italia, a favore del processo il Movimento 5 stelle. “Quelli che siedono in Senato”, ha scritto la Murgia, “sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l’autorizzazione a procedere contro Calderoli. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del Pd e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti“.

La procura di Bergamo aveva chiesto il giudizio immediato per Calderoli, ma la giunta per le immunità prima e il Senato poi hanno respinto la richiesta. Palazzo Madama ha bocciato nella seduta pubblica l’autorizzazione a procedere per istigazione razziale con 196 no (46 i sì e 12 le astensioni), mentre ha approvato la richiesta di processo per diffamazione. Non essendoci però stata querela diretta dell’ex ministro Kyenge, il procedimento è destinato a cadere in assenza dell’aggravante dell’istigazione. In quegli stessi giorni si votava la riforma costituzionale e poche ore dopo il “salvataggio” di Calderoli, il senatore leghista ha ritirato gli emendamenti al ddl Boschi tanto che le opposizioni misero sotto accusa “la concomitanza sospetta della decisione”.

Il primo stop che aveva provocato numerose polemiche risale a febbraio scorso quando, durante la seduta dell’organo parlamentare, alcuni democratici avevano difeso la decisione di votare contro definendo l’espressione “una critica politica“. “La condanna politica resta”, aveva detto il capogruppo democratico in giunta Giuseppe Cucca, “però non ci sono le basi per l’istigazione razziale. E il magistrato non può procedere per diffamazione perché non c’è stata la querela da parte del ministro”. In un primo momento il Pd aveva deciso di rivedere la posizione avuta in giunta per le Immunità e votare a favore del processo, poi una volta in Aula a Palazzo Madama però i democratici hanno cambiato ancora una volta idea e si sono espressi contro.